Saggio
breve: I luoghi dell'immaginario dal mondo classico all'umanesimo.
Obiettivi:
Valutazione:
Consegne:
Traccia:
Individua i nessi che collegano i brani prodotti organizzando
il materiale per concetti chiave ricorrenti ed esplicitando considerazioni
personali da cui emerga il tuo punto di vista, anche citando altri autori
e testi. Nell'elaborazione del saggio breve è richiesto un riferimento articolato
alla pittura di Botticelli (La primavera,
Nascita di Venere, Venere e Marte) in relazione agli argomenti
svolti.



Il poema De rerum natura di Lucrezio (94 a.C.- 50 a.C.) si apre con
un'invocazione a Venere (I, vv. 1-40, trad. di L. Canali), la grande divinità
del piacere e della vita, che la tradizione considera, in quanto madre di Enea,
progenitrice dei Romani:
Madre degli Eneadi, voluttà degli uomini e degli
dei,
alma Venere, che sotto gli astri vaganti del cielo
popoli il mare solcato da navi e la terra feconda
di frutti, poiché per tuo mezzo ogni specie vivente
si forma,
e una volta sbocciata può vedere la luce del sole:
te, o dea, te fuggono i venti, te e il tuo primo
apparire
le nubi del cielo, per te la terra industriosa
suscita i fiori, soavi, per te ridono le distese
del mare,
e il cielo placato risplende di luce diffusa.
Non appena si svela il volto primaverile dei
giorni,
e libero prende vigore il soffio del fecondo
Zefiro,
per primi gli uccelli dell'aria annunziano te,
nostra dea,
e il tuo arrivo, turbati i cuori dalla tua forza
vitale.
…
…tu solamente governi la natura delle cose,
e nulla senza di te può sorgere alle divine regioni
della luce,
nulla senza di te prodursi di lieto e di amabile,
…
…tu sola puoi gratificare i mortali con una
tranquilla pace,
poiché le crudeli azioni guerresche governa Marte
possente in armi, che spesso rovescia il capo nel
tuo grembo,
vinto dall'eterna ferita d'amore,
e così mirandoti con il tornito collo reclino,
in te, o dea, sazia anelante d'amore gli avidi
occhi,
e alla tua bocca è sospeso il respiro del dio
supino.
Quando egli, o divina, riposa sul tuo corpo santo,
riversandoti su di lui effondi dalle labbra soavi
parole,
e chiedi, o gloriosa, una placida pace per i
Romani.
Nel canto XXVIII del Purgatorio (vv. 37-42; 52-57) Dante,
sulla soglia del Paradiso terrestre, scorge una donna sola che va
"cantando e scegliendo fior da fiore": è Matelda simbolo delle
felicità terrena - sia nella sua manifestazione perfetta anteriore al peccato
originale, prima della cacciata dall'Eden, sia nella forma della beatitudine
possibile in questa vita dopo la caduta di Adamo:
e là m'apparve, sì com'elli appare
subitamente cosa che disvia
per meraviglia tutto altro pensare,
una donna soletta che si gìa
cantando e scegliendo fior da fiore
ond'era pinta tutta la sua via.
…
Come si volge con le piante strette
a terra e intra sé donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
Angelo Poliziano (Montepulciano 1454 - Firenze
1494) nelle Stanze per la giostra (I, 43; 45; 47) così
descrive la metamorfosi di una candida cerva nella ninfa Simonetta:
43
Candida è ella, e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d'erba;
lo inanellato crin dall'aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Rideli a torno tutta la foresta,
e quanto può suo cure disacerba;
nell'atto regalmente è mansueta,
e pur col ciglio le tempeste acqueta.
45
Con lei sen va Onestate umile e piana
che d'ogni chiuso cuor volge la chiave;
con lei va Gentilezza in vista umana,
e da lei impara il dolce andar soave.
Non può mirarli il viso alma villana,
se pria di suo fallir doglia non have
tanti cori Amor piglia fere o ancide,
quanto ella o dolce parla o dolce ride.
47
Ell'era assisa sovra la verdura,
allegra, e ghirlandetta avea contesta
di quanti fior creassi mai natura,
de' quai tutta dipinta era sua vesta.
…
In questa ballata del Poliziano una fanciulla si
rivolge a un gruppo di ragazze e, descrivendo un giardino in piena fioritura
primaverile, le invita a raccogliere le rose prima che appassiscano:
I' mi trovai, fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino.
Erano intorno violette e gigli
fra l'erba verde e vaghi fior novelli
azzurri gialli candidi e vermigli,
ond'io porsi la man a còr di quelli
per adornar e mie' biondi capelli
e cinger di grillande el vago crino.
…
Quando la rosa ogni sua foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a metterla in grillande,
prima che sua bellezza sia fuggita;
sicchè, fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliam la bella rosa del giardino.
Il poeta Orazio (65 a.C - 8 a.C.) invita a vivere
alla giornata senza porsi domande sul futuro e considerando un guadagno ogni
giorno concesso dalla sorte (Odi, I, 9, trad. di L. Canali):
…
Cosa accadrà domani, tu non chiedere.
Se un altro giorno ti darà la Sorte,
ascrivilo a guadagno e non spregiare,
ora che sei giovane, le danze e i dolci amori,
mentre è lontano dalla tua verde età il tedio
della vecchiaia. Adesso il Campo [il campo Marzio,
luogo di passeggio e di ritrovo]
e le piazze; ora prima che annotti
si ripeta il lieve sussurro dei convegni,
ora il gradito riso che ti svela
da un angolo segreto ove si celi
la tua fanciulla, e il pegno strappato
dal polso o dal dito che resiste appena.
In un'altra ode (I, 11, trad. di L. Canali) Orazio
ritorna sul tema che non si deve conoscere il futuro: meglio cogliere le gioie
del presente senza fidarsi troppo del domani:
Non chiedere, o Leuconoe, (è illecito saperlo) qual
fine
abbiano a te e a me assegnato gli dei,
e non scrutare gli oroscopi babilonesi. Quant'è
meglio accettare
quel che sarà! Ti abbia assegnato Giove molti
inverni,
oppure ultimo quello che ora affatica il mare
Tirreno
contro gli scogli, sii saggio, filtra vini, tronca
lunghe speranze per la vita breve. Parliamo, e
intanto fugge l'astioso
tempo. Afferra l'oggi, credi al domani quanto meno
puoi.
Nella Canzone di Bacco Lorenzo de' Medici (1449-1492) inizia la
frottola con questa proposta i cui ultimi due versi fanno da ritornello alla
fine di ogni strofa:
Quant'è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.
Così termina (vv.53-60):
Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò c'ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza: