Saggio breve: Il ritratto
in Sallustio
Obiettivi:
Valutazione:
Tempo:
Consegne:
Traccia:
Evidenziate
le caratteristiche dei personaggi e confrontate i vari ritratti cogliendo
analogie e differenze.
Una delle prerogative dell'arte di
Sallustio è la tendenza allo schizzo, al ritratto dei personaggi più
importanti. Tale tecnica viene definita fisiognomica perchè mette in relazione
i caratteri psichici con l'aspetto fisico. Infatti Sallustio mette a fuoco i
suoi personaggi, ne fissa i tratti psicosomatici, ne rivela le qualità
spirituali, quasi sempre più inclini al vizio che alla virtù, così precisamente
ed incisivamente da farci balzare davanti figure vive e parlanti. I ritratti
che egli delinea non sono puro virtuosismo stilistico, ma servono a collegare
il tipo fisico al carattere: Catilina, Giugurta, Mario e Silla vengono
delineati con tratti pittorici da cui traspare l'intima natura.
CATILINA
Lucio Catilina, di nobile stirpe,
ebbe grande vigoria d'animo e di corpo, ma
indole malvagia e depravata. A lui fin dall'adolescenza furono gradite
le guerre intestine, le stragi, le
rapine, le discordie civili: in esse plasmò la sua giovinezza. Il suo corpo
sopportava più di quanto sia credibile la fame, il freddo, le veglie. Il suo
animo era audace, subdolo, incostante, in ogni cosa simulatore e dissimulatore, bramoso dell'altrui, prodigo
del proprio, ardente nelle passioni; di
facile eloquenza, di poca saggezza. Il suo spirito senza freni bramava
sempre cose smoderate, incredibili,
troppo alte. Dopo la dittatura di Lucio Silla lo aveva invaso un'immensa cupidigia d'impadronirsi dello Stato, né
dava alcun peso al modo di conseguire
il suo scopo, pur di conquistare il sommo potere. Di giorno in giorno sempre di più l'animo insofferente era
angustiato dalla mancanza di beni
familiari e dalla consapevolezza dei delitti, due mali che aveva
accresciuti con quelle arti che già
prima ho ricordato. Lo incitavano inoltre i corrotti costumi della città, i quali erano guastati da due vizi
gravissimi e pur diversi tra loro: il
lusso e l'avarizia..
GIUGURTA
Questo Giugurta, appena fu
adolescente, gagliardo fisicamente, di bell'aspetto, ma soprattutto forte di ingegno, non si lasciò corrompere né dal
lusso né dall'inerzia, ma, seguendo il
costume di quella gente, andava a cavallo, si
esercitava al lancio del giavellotto, gareggiava nella corsa con i
coetanei, e, pur superando tutti per
fama, tuttavia era caro a tutti; inoltre passava gran parte del tempo nella caccia e primo o tra i primi
colpiva i leoni e le altre fiere: agiva
moltissimo, ma di sé parlava pochissimo.
Micipsa, quantunque, al principio,
di queste cose fosse lieto, stimando che il
valore di Giugurta sarebbe stato di gloria al suo regno, tuttavia quando
comprese che, mentre già la sua vita
volgeva al termine, i suoi figli erano piccoli e quel giovane si faceva sempre più grande, preoccupato profondamente di
questa situazione volgeva nella sua
mente molti pensieri. Lo atterrivano la natura
umana avida di comando e pronta a soddisfare la propria ambizione e
inoltre l'occasione favorevole offerta
da lui già vecchio e dai figli ancor piccoli, la quale con la speranza di preda suole trascinare e
traviare anche uomini mediocri, e
infine l'acceso favore dei Numidi verso Giugurta, tanto che, se avesse
ucciso con l'inganno un tale uomo, era
angosciato dalla paura che ne nascesse o una
sedizione o una guerra.
MARIO
In quel periodo, mentre per caso
Caio Mario supplicava a Utica gli dèi con
sacrificio di vittime, l'aruspice gli aveva detto che gli si
preannunciavano grandi e magnifici
eventi: perciò, fidando negli dèi, agisse secondo l'ispirazione dell'animo
e tentasse spesso il favore della
fortuna, poiché tutto gli sarebbe riuscito
felicemente. Invero egli già da tempo aspirava ardentemente al consolato
e per ottenerlo gli mancava solo la
nobiltà della stirpe, perché per il resto aveva tutte le qualità necessarie: energia, probità, grande
esperienza militare, animo in guerra,
misura nella pace, dominio delle passioni, noncuranza delle ricchezze;
era avido solo di gloria. Nato ad
Arpino, dove trascorse tutta la fanciullezza, appena ne ebbe l'età si arruolò e non si esercitò
nello studio della lingua greca e nelle
raffinatezze cittadine; ma sane occupazioni temprarono in breve tempo il
suo fermo carattere. Perciò, quando si
presentò al popolo per l'elezione a tribuno
militare, tutte le tribù lo elessero, ignoto ai più per l'aspetto, noto
però per le imprese. Dopo quella magistratura ne ottenne una dopo
l'altra e sempre in quelle cariche si
comportava in modo tale da essere ritenuto degno di altre più importanti di quella che occupava. Tuttavia,
fino a quel momento un tale uomo -
poiché dopo precipitò in rovina per l'ambizione - non osava chiedere il consolato: anche allora i plebei potevano
adire ad altre magistrature, ma i nobili si
passavano tra loro, di mano in mano, il consolato. Nessun uomo nuovo,
per quanto illustre e famoso per
imprese, era considerato degno di tale onore; il consolato ne sarebbe rimasto quasi contaminato.
SILLA
Silla era di nobile stirpe
patrizia, ma di un ramo ormai alquanto oscuro per l'ignavia dei suoi predecessori; fu profondissimo conoscitore
delle lettere latine come delle greche,
d'animo grande, bramoso di piaceri, ma più ancora di gloria; nei periodi di riposo si era dissoluto;
tuttavia il piacere non lo distolse mai dai suoi doveri civili, quantunque nei rapporti coniugali avrebbe potuto
comportarsi con maggiore onestà: era
facondo, astuto, cordiale nell'amicizia, dotato di un'incredibile abilità nel dissimulare i suoi pensieri, prodigo
nell'elargire beni e soprattutto
denaro. Fortunatissimo tra tutti prima della vittoria nella guerra civile, la fortuna non fu mai superiore alla
sua energia, così che molti furono incerti
s'egli fosse più abile o più fortunato. Giacché le azioni che dopo
commise non so se, a parlarne,
suscitino più vergogna o disgusto.