Saggio breve: La catabasi da Omero a Dante

 

Obiettivi:

 

Valutazione:

 

Tempo: 4 ore; spazio: 4 colonne di foglio protocollo diviso a metà

 

Traccia:

 

Analizzate  le varie evocazioni topografiche dell'aldilà e individuate analogie/differenze con l'inizio del viaggio all'inferno di Dante, dove risuonano echi lontani ma molto presenti.

 

Odisseo, dopo essere approdato nella terra dei Feaci, racconta al re Alcinoo le sue avventure fra cui cui la discesa nell'Ade (libro XI) per ordine della maga Circe che gli ha fornito indicazioni precise sull'ubicazione del regno degli Inferi(libro X):

 

E quando con la nave l'Oceano avrai traversato,

dov'è una bassa spiaggia e boschi sacri a Persefone,

alti pioppi e salici dai frutti che non maturano,

tira in secco la nave in riva all'Oceano gorghi profondi,

e scendi nelle case putrescenti dell'Ade.

Qui in Acheronte il Piriflegetonte si getta

e il Cocito, ch'è un braccio dell'acqua di Stige,

e c'è una roccia, all'unione dei due fiumi sonanti;

qui dunque approdato , eroe, come ti dico,

scava una fossa d'un cubito per lungo e per largo;

(Odissea, X, vv. 508-517)

 

Odisseo e i suoi compagni approdano nella regione dei Cimmeri ( abitanti favolosi del lontano settentrione):

 

E ai confini arrivò dell'Oceano corrente profonda.

Là dei Cimmèrii è il popolo e la città,

di nebbia e nubi avvolti; mai su di loro

il sole splendente guarda coi raggi,

né quando sale verso il cielo stellato,

né quando verso la terra ridiscende dal cielo;

ma notte tremenda grava sui mortali infelici.

(Odissea, XI, vv. 13-19)

 

Dopo il rituale sacrificio s'affollarono

 

fuori dall'Erebo l'anime dei travolti da morte,

giovani donne e ragazzi e vecchi che molto soffrirono,

fanciulle tenere, dal cuore nuovo al dolore;

e molti, squarciati dall'aste punta di bronzo,

guerrieri uccisi in battaglia, con l'arme sporche di sangue.

Essi in folla intorno alla fossa, di qua, di là, si pigiavano

con grida raccapriccianti: verde orrore mi prese.

(Odissea, XI, vv. 37-43)

 

Nel VI libro dell'Eneide, Enea, sbarcato a Cuma, consulta la Sibilla, sacerdotessa di Apollo, perché lo guidi nel regno dei morti il cui accesso viene così descritto:

 

è facile la discesa in Averno;

la porta dell'oscuro Dite è aperta notte e giorno;

ma ritirare il passo e uscire all'aria superna,

questa è l'impresa e la fatica. Pochi, che l'equo

Giove dilesse, o l'ardente valore sollevò all'etere,

generati da dei lo poterono. Selve occupano tutto

il centro, e Cocito scorrendo con oscure sinuosità lo circonda.

(Eneide, VI, vv. 126-132)

 

Enea, dall'antro della Sibilla penetra, accompagnato da lei, nel regno dei morti:

 

V'era una profonda grotta, immane di vasta apertura,

rocciosa, difesa da un nero lago e dalle tenebre dei boschi,

sulla quale nessun volatile poteva impunemente dirigere

il corso con l'ali; tali esalazioni si levavano

effondendosi dalle oscure fauci alla volta del cielo.

(Eneide, VI, vv. 237-241)

 

Enea entra nel vestibolo del regno dei morti:

 

Di qui la via che porta alle onde del tartareo Acheronte.

Qui un gorgo torbido di fango in vasta voragine

ribolle ed erutta in Cocito* tutta la sabbia.              *fiume infernale

(Eneide, VI, vv. 295-297)

 

Dopo aver attraversato l'anticamera dell'inferno davanti a Enea si staglia il palazzo di Dite:

 

Enea scruta, e subito sotto una rupe a sinistra

Vede ampie mura circondate da un triplice bastione,

che un rapido fiume accerchia con fiamme roventi,

il tartareo Flegetonte, e rotola scroscianti macigni.

Di fronte, la porta, enorme, e colonne d'acciaio massiccio,

tale che nessuna forza d'uomini, né gli stessi celesti

potrebbero distruggerle in guerra; la torre si erge ferrea nell'aria;

[…]

Di qui si odono gemiti, e risuonano crudeli percosse;

poi uno stridore di ferro, e strascicate catene.

(Enedide, VI, vv. 548-554; vv. 558-559)

 

Anche Ovidio, nelle Metamorfosi, descrive la regione infernale quando la vendicativa Giunone vi fa una rapida visita per istigare le Furie:

 

"C'è una via che in declivio si perde fra il fosco di tassi funerei; attraverso muti silenzi conduce agli inferi. Lo Stige pigro esala nebbie, e per lì discendono le nuove ombre, i fantasmi di coloro che sono stati onorati di sepoltura. Pallore e freddo ristagnano dappertutto su quegli orridi luoghi, e i morti appena arrivati non sanno dove sia la strada, da dove si passi per giungere alla città infernale, dove sia il tremendo palazzo del nero Plutone. La capace città ha mille entrate, ha porte aperte dovunque; e come il mare accoglie i fiumi di tutta la terra, così quel luogo accoglie tutte le anime, non è piccolo per nessun popolo, non sente l'arrivo di nessuna folla. Errano esangui le ombre, senza corpo e senza ossa, e in parte si accalcano nella piazza, in parte nella reggia del sovrano dell'abisso, in parte esercitano qualche attività, a imitazione della vita di un tempo, altre ancora sono costrette a scontare una pena.

(Metamorfosi, IV,vv.431-446)

 

All'inizio del  III canto dell'Inferno Dante e Virgilio sono davanti alla porta del regno infernale.

 

PER ME SI VA NELLA CITTA' DOLENTE,

PER ME SI VA NE L'ETTERNO DOLORE,

PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.

GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE:

FECEMI LA DIVINA POTESTATE,

LA SOMMA SAPIENZA E 'L PRIMO AMORE

DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE

SE NON ETTERNE, E IO ETTERNO DURO.

LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CH'INTRATE

[…]

Quivi sospiri, pianti e alti guai

risonavan per l'aere sanza stelle,

per ch'io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d'ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s'aggira

sempre in quell'aura sanza tempo tinta,

come la rena quando turbo spira.

(Inferno, III, vv.1-9; vv. 22-30)