FIRENZE NELL’ IMMAGINARIO DELLA LETTERATURA ITALIANA: DANTE

 

 

Nel VI canto dell’Inferno Dante incontra Ciacco, un golosone, di Firenze. Dante gli mette in bocca queste parole:

 

“.……….La tua città, ch’è piena

d’invidia sì che già trabocca il sacco,

seco mi tenne in la vita serena

(Inf., VI, vv. 49-51)

 

Ciacco è vissuto a Firenze, città piena d’invidia, cioè faziosa per le lotte tra guelfi e ghibellini, bianchi e neri per la conquista della supremazia politica. Dante gli chiede come mai la città sia così divisa e quale sarà l’esito di queste discordie, se è rimasto qualche giusto al di sopra delle parti e come mai sono nate queste contese fra i cittadini. Ciacco gli risponde:

 

“……….Dopo lunga tencione

verranno al sangue, e la parte selvaggia [i Bianchi che fanno capo ai Cerchi]

caccerà l’altra [i Neri capeggiati dai Donati] con molta offensione.

…..

Giusti son due, e non vi sono intesi: [non hanno seguito]

superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville, c’hanno i cuori accesi:”

(Inf. , VI, vv. 64-75)

 

Queste sono le tre colpe che Dante imputa alla sua città: l’arroganza del potere, l’invidia che alimenta la discordia civile, l’avarizia della cupidigia dei mercanti.

La condanna di Dante contro i facili guadagni dei fiorentini che spendono e spandono grazie all’usura e al commercio investe soprattutto la “gente nuova”, venuta su dal nulla, arrogante, e in gran parte immigrata di recente nella città dal contado:

 

“La gente nuova e i subiti guadagni

orgoglio e dismisura han generata,

Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”.

(Inf. XVI, vv. 73-75)

 

Anche nel Paradiso Dante martella su Firenze, città del vizio e della corruzione: Firenze, pianta di Lucifero, colui che si ribellò a Dio e la cui invidia fu causa del peccato originale e del pianto dell'umanità, produce il fiorino - il "maledetto fiore" dal giglio impresso sulle monete - che ha traviato il gregge dei cristiani, trasformando i pastori in lupi. E qui si allude alla corruzione ecclesiastica:

 

La tua città, che di colui [Lucifero] è pianta

che pria volse le spalle al suo fattore [Dio]

e di cui è la 'nvidia tanto pianta,

produce e spande il maledetto fiore

c'ha disviate le pecore e li agni,

però che fatto ha lupo del pastore.

(Par., IX, vv. 127-132)

 

Dante sferza anche il malcostume delle donne fiorentine che vanno in chiesa tutte scollacciate con le tette di fuori, tanto che prima o poi questa moda licenziosa verrà repressa.

 

Tempo futuro m’è già nel cospetto,

...

nel qual sarà in pergamo [dai pulpiti delle chiese] interdetto

a le sfacciate donne fiorentine

l’andar mostrando con le poppe il petto.

(Purg., XXIII, vv. 97-102)

 

Nel Paradiso, per bocca di Cacciaguida, Dante fa l'elogio della Firenze antica, quella ancora compresa entro la prima cerchia di mura, costruite ai tempi di Carlomagno. E' una Firenze ideale quella che Cacciaguida delinea, una rappresentazione dell' utopia politica di Dante, che qui sembra respingere la rivoluzione economica e sociale che era avvenuta durante il XIII secolo e sembra guardare al passato. Egli si rende conto della forza di corruzione e di stravolgimento dei valori di una società fondata sul denaro e disegna una società civile in cui l'onore, l'onestà, la fedeltà, l'amore permangono in tutta la loro pienezza. Nella Firenze antica non erano ancora penetrati i costumi depravati e corrotti dalla lussuria, simboleggiati da Sardanapalo (il re degli Assiri dedito a ogni vizio) e la città, così come appare dal belvedere del monte Uccellatoio, non aveva ancora superato la magnificenza di Roma che si vede dall'alto di Monte Mario.

 

Fiorenza dentro de la cerchia antica,

....

si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella [ornamenti], non corona,

non gonne contigiate [preziose], non cintura

non v'era giunto ancor Sardanapalo

a mostrar ciò che 'n camera si puote [lussuria sfrenata]

Non era vinto ancor Montemalo

dal vostro Uccellatoio ...

(Par., XV, vv. 97-110)

 

Tra gli epicurei Dante incontra Farinata degli Uberti, che intuisce dalla parlata che Dante è di Firenze. Farinata, ghibellino, quando prevalsero i guelfi fu cacciato. In questi versi nell’accenno alla “nobil patria” traspare l’attaccamento e la nostalgia dell’esule, in cui forse Dante si identifica.

 

“La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patria natio

a la qual forse fui troppo molesto.”

(Inf., X, vv. 25-27)

 

Da Cacciaguida, il trisavolo di Dante, il poeta ha la profezia dell'esilio. Nel 1302 gli viene comminata in contumacia la sentenza: Dante era a Roma. A Firenze ai Bianchi subentrano i Neri appoggiati da Bonifacio VIII. Dante non tornerà più a Firenze: muore a Ravenna, in esilio, nel 1321.

 

..........................di Fiorenza partir ti convene.

Questo si vuole e questo già si cerca,

e tosto verrà fatto a chi [Bonifacio VIII] a chi ciò pensa

là dove Cristo tutto  dì si merca. [Roma sede del papato]

.......

Tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale [freccia]

che l'arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle [cammino]

lo scender e 'l salir per l'altrui scale.

(Par., XVII, vv. 48-60)

 

Dante era nato nel 1265 a Firenze, la la più importante fra le città poste sull’Arno, e il posto più bello del mondo nel cuore del poeta:

 

……..”I’ fui nato e cresciuto

sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran villa,

(Inf., XXIII, vv. 94-95)

 

L’amore/odio di Dante per questa sua città traspare nelle parole di Farinata quando rammenta che dopo la vittoria di Montaperti i ghibellini volevano distruggere Firenze e lui fu l’unico che la difese.

 

“Ma fu’ io solo, là dove sofferto [tollerato]

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difese a viso aperto”.

(Inf., X, vv. 91-93)

 

L’amore/odio di Dante per la sua città esplode nell’invettiva contro Firenze nell’incipit del XXVI canto dell’Inferno in un misto di doloroso sarcasmo per la fama delle colpe dei suoi concittadini ladroni che riempiono le bolge infernali:

 

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande

che per mare e per terra batti l’ali,

e per lo ‘nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali

tuoi cittadini onde mi ven vergogna,

e tu in grande orranza non ne sali.

Inf., XXVI, vv. 1-6)

 

Nel VI canto del Purgatorio Dante ritorna a parlare di Firenze, “Fiorenza mia”, e nel possessivo c’è tutto l’affetto trattenuto e la pietà segreta per le condizioni della sua patria. Indignazione, ironia e sarcasmo traspaiono da questi versi:

 

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca,

mercè del popol tuo che si argomenta. [grazie al tuo popolo che fà di tutto per non meritarsi accuse]

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

per non venir sanza consiglio a l’arco; [altre città ritardano a manifestare il loro senso di giustizia]

ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. [Firenze ha sempre la giustizia sulle labbra]

Molti rifiutan lo comune incarco; [gli incarichi pubblici]

ma il popol tuo sollicito risponde: “I’ mi sobbarco!”

Or ti fa lieta, chè tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace, e tu con senno!

(Purg., VI, vv. 127-136)

 

La passione politica di Dante è testimoniata dalla sua vita spesa nell'attività politica proprio a Firenze, fino a quando fu costretto all'esilio. Dante, guelfo di parte bianca, era favorevole a una gestione autonoma dall'ingerenza papale e dagli interessi mercantili del popolo "grasso". Quando la lotta fra Bianchi e Neri (legati al papa) si tramutò in un braccio di ferro tra Bonifacio VIII e la città di Firenze, Dante recitò un ruolo di primo piano: eletto tra i sei priori, la massima magistratura del comune, diede prova di grande imparzialità e fermezza, deliberando la condanna al confino dei membri più intransigenti delle due fazioni, tra cui figurava anche l'amico Guido Cavalcanti.