Analisi: Europa,
la bella semita di G. Busi ("Il Sole-24 Ore" 9/06/02)
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Dopo aver letto attentamente
l'articolo ed aver compreso gli snodi su cui è imperniato esponete con
chiarezza i concetti chiave su cui si basa l'argomentazione, integrando
l'analisi con le vostre conoscenze storiche e culturali e attualizzando il
significato secondo il vostro punto di vista.
Il mito di Europa, la giovane
rapita da Zeus trasformatosi in toro, racchiude una vitale incoerenza. L'eroina
da cui il continente prende il nome è infatti concordemente descritta, nei vari
racconti mitologici, come una ragazza fenicia, figlia del re di Sidone.
Nell'idillio che Moschos, il poeta greco nato a Siracusa nel II secolo a.C.,
dedicò a Europa, la vicenda del rapimento ha un antefatto simbolico. La giovane
ha un sogno mattutino, inviatole da Venere, in cui le appaiono due donne in
lite. Una ha tratti familiari, l'altra esotici, e l'oggetto del loro contendere
è Europa stessa. E' lei che ciascuna delle due donne vuole per sé. La prima,
che è metafora dell'Asia, le si attacca come a una figlia, ma anche l'altra,
che è allegoria del continente ancora senza nome, l'afferra con forza.
Risvegliatasi dal sonno …Europa va in cerca delle proprie compagne e con loro
s'incammina in un prato primaverile. Ma ecco che il dio [Zeus] le si fa
incontro con l'aspetto di un toro di eccezionale bellezza …Europa sale sulla
bestia, invitando le compagne a seguirla, ma il toro si leva di scatto e
guadagna rapido il mare. [Europa] si dispera per il fato che l'allontana dalla
casa del padre ma Zeus la consola, rivelandole che nell'isola di Creta
…l'aspettano nozze divine e che diverrà madre di figli celebri, dominatori di
popoli. Giunti sull'isola, il dio riprende le proprie sembianze e le scioglie
la cinta, così che colei che era vergine diviene sposa di Zeus e madre.
…Il rapimento della ragazza ci è
giunto in versi greci e della grecità il mito conserva il ritmo e l'audacia un
poco sfrontata. Il candido toro - che vola con la preda ritrosa eppure
consenziente - dichiara un orgoglio da razziatore, la confusa coscienza che
cultura e bellezza possono essere ghermite come bottino di una scorreria.
Il rapimento è una cesura violenta
della storia e allo stesso tempo un nuovo inizio, che presuppone i sentimenti
contrastanti dell'oblio e dello spaesamento. Il messaggio forse più profondo
del mito è la coloritura d'incertezza che esso conferisce allo spartiacque
geografico tra Oriente e Occidente. E' una distanza che il toro mitologico
copre di slancio ma che richiede un sogno, uno smarrimento e un inganno. E'
singolare che la favola, nata come allegoria geografica, contraddica di fatto
la topografia reale. Già Erodoto, nelle sue Storie, aveva notato che la
fanciulla rapita "era asiatica per nascita e non giunse mai alla terra che
ora i greci chiamano Europa ma andò solo dalla Fenicia a Creta e da Creta alla
Licia".
Quest'ambiguità tra favola e
geografia accompagna tutta la vicenda antica del concetto di Europa, tanto che
l'uso del termine sociale e culturale è relativamente recente e sembra avere il
contenuto incerto di un mito. Come la ragazza fenicia avrebbe probabilmente esitato
a rispondere a chi l'avesse interrogata sulla sua identità, così l'Europa è
rimasta a lungo un dominio incerto. Koinè commerciale ellenica, mosaico di
province romane, ecumene cristiano di riottosa fedeltà a Roma e a Bisanzio, il
continente non fu mai tutto greco né completamente romano e nemmeno pervaso da
un'univoca fede cristiana. Accanto a queste connotazioni, continuò a esistere
il retaggio degli scali commerciali fenici, un ambito barbarico e anche una
topografia barbarica d'età medievale.
Si potrebbe pensare che questo
destino incostante fosse già racchiuso nel rapimento archetipico patito dalla
principessa fenicia. Ma forse nel mito si celava anche un'altra preveggenza,
quella costante semitica che non ha mai abbandonato il fato europeo. A intervalli
ricorrenti, il confronto con la cultura proveniente dalle coste orientali e
meridionali del Mediterraneo ha rappresentato un movimento decisivo per
l'Europa. Durante oltre due millenni, il rapporto col mondo delle civiltà
semitiche si è sviluppato lungo due linee principali. Quella del dialogo
commerciale e l'altra di un antagonismo aperto e a tratti violento.
Il primo grande scontro con la
compagine semitica fu il dissidio tra Roma e Cartagine, che lasciò un segno
incancellabile nella memoria storica latina. L'aggressività della Cartagine di
fondazione fenicia è rimasto un topos di dicotomia insanabile, che la vittoria
militare di Roma risolse anche simbolicamente a favore della parte europea del
Mediterraneo. Di durata più ampia fu l'espansione arabo-musulmana, avviata nel
VII secolo. Imposta e difesa militarmente, la conquista araba del sud-europeo
intervenne in maniera irreversibile sull'identità collettiva, con un processo
d'ibridazione ancora in gran parte leggibile nella nostra quotidianità. Dalla
Sicilia islamica alla Spagna moresca fu questo il periodo più creativamente
semitico del continente, durante il quale il trauma delle espropriazioni
belliche fu in parte sanato da un'efficace simbiosi. Si è soliti considerare la
riconquista cristiana come una riaffermazione dell'identità europea. Si tratta
in realtà di un mito storiografico. Le diverse riconquiste regionali non
reintegrarono uno stato primigenio, ma svilupparono l'identità di un'Europa
post-musulmana e post-semitica, che aveva improntato buona parte dei propri
commerci e la stessa scienza e la filosofia ai principi della koinè araba.
Accanto a questo modello di
compenetrazione frontale - tra un sud islamico-arabo e un nord latamente
cristiano - è esistita tuttavia un'altra componente di ascendenza semitica,
innestata per così dire in diagonale nella trama del continente, ovvero
l'elemento ebraico, che ebbe un posto nella vicenda europea almeno a partire
dal III secolo a.C. Già alcune generazioni prima che il poeta Moschos cantasse
l'inquieto sogno della ragazza fenicia, i mercanti ebrei cominciarono a
comparire nei porti greci e a spingersi lentamente verso nord. Da allora
l'ebraismo ha rappresentato il contrappunto più continuo della vicenda europea,
un elemento allo stesso tempo estraneo e familiare, prossimo per mimesi
culturale eppure dissimile per capacità e intenzionalità di anamnesi storica.
La vicenda ebraica in Europa è il
racconto di un'osmosi volontariamente imperfetta, in cui l'elemento minoritario
ha scelto di proposito di mantenere coscienza del proprio percorso. Tra le
molteplici diversità europee, quella ebraica è forse la più adatta a
rappresentare il dilemma e il fermento di una condivisione dinamica…Forse per
questo, grazie alla sua paradigmatica mobilità, l'identità ebraica riassume in
sé la forza vettoriale che ha sospinto l'Europa verso un proprio luogo teorico.
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