Saggio breve. Pirandello e la
frantumazione dell'io
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La destrutturazione dell'io nella
poetica e nell'opera di Pirandello riflette il relativismo filosofico
nell'immaginario del '900. Elabora le citazioni prodotte mettendole in
relazione con altri testi di Pirandello studiati e con autori che hanno
affrontato la crisi della modernità.
Nel saggio Arte e coscienza
d'oggi (1893) di Pirandello emerge la concezione relativa della vita e la
crisi dei valori che segnano la cosiddetta modernità:
Crollate le vecchie norme, non
ancora sorte o bene stabilite le nuove; è naturale che il concetto della
relatività d' ogni cosa si sia talmente allargato in noi, da farci quasi del
tutto perdere l'estimativa [la capacità di esprimere un giudizio]. Il campo è
libero ad ogni supposizione [ipotesi]. L'intelletto ha acquistato una
straordinaria mobilità. Nessuno riesce più a stabilirsi un punto di vista fermo
e incrollabile. I termini astratti han perduto il loro valore, mancando la
comune intesa, che li rendeva comprensibili.
Non mai, credo, la vita nostra
eticamente ed esteticamente fu più disgregata. Slegata, senz'alcun principio di
dottrina e di fede, i nostri pensieri turbinano entro i fatti attuosi
[nell'incalzare degli eventi], che stan come nembi sopra una rovina. Da ciò a
parer mio, deriva la massima parte del nostro malessere intellettuale. […]
Io non so se la coscienza moderna
sia veramente così democratica e scientifica come oggi comunemente si dice. […]
A me la coscienza moderna dà l'immagine d'un sogno angoscioso attraversato da
rapide larve or tristi or minacciose, d'una battaglia notturna, d'una mischia
disperata, in cui s'agitino per un momento e subito scompaiano, per riapparirne
delle altre, mille bandiere, in cui le parti avversarie si sian confuse e
mischiate, e ognuno lotti per sé, per la sua difesa, contro all'amico e contro
al nemico. E' in lei un continuo cozzo di voci discordi, un'agitazione
continua. Mi par che tutto in lei tremi e tentenni.
Nel 1908 esce il saggio L'umorismo
dove Pirandello espone cosa intende per arte umoristica:
Per l'umorista le cause, nella
vita, non sono mai così ordinate, come nelle nostre comuni opere d'arte, in cui
tutto è, in fondo, combinato, congegnato, ordinato ai fini che lo scrittore s'è
proposto. L'ordine? la coerenza?
Ma se noi abbiamo dentro quattro,
cinque anime in lotta fra loro: l'anima istintiva, l'anima morale, l'anima
affettiva, l'anima sociale? E secondo che domina questa o quella, s'atteggia la
nostra coscienza, e noi riteniamo valida e sincera quella interpretazione
fittizia di noi medesimi, del nostro essere interiore che ignoriamo, perché non
si manifesta mai tutt'intero, ma ora in un modo, ora in un altro, come volgano
i casi della vita.
Sì, un poeta epico o drammatico
può rappresentare un suo eroe, in cui si mostrino in lotta elementi opposti e
ripugnanti: ma egli di questi elementi comporrà un carattere, e vorrà
coglierlo coerente in ogni suo atto. Ebbene l'umorista fa proprio l'inverso:
egli scompone il carattere nei suoi elementi; e mentre quegli cura di
coglierlo coerente in ogni atto, questi si diverte a rappresentarlo nelle sue
incongruenze.
Nella seconda parte del saggio L'umorismo
Pirandello analizza la contraddizione tra forma e vita:
La vita è un flusso continuo che
noi cerchiamo d'arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e
fuori di noi, perché noi siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad
altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto
che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non
cessi [una specie di morte]. Le forme, in cui cerchiamo d'arrestare, di fissare
in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo
serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in
cui tendiamo a stabilirci [la rappresentazione mentale]. Ma dentro di noi
stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso
continua, indistinto, sotto gli argini,
oltre i limiti che noi imponiamo, componendoci una coscienza,
costringendoci una personalità. In certi momenti tempestosi, investite dal
flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente; e anche quello
che non scorre sotto gli argini e oltre i limiti, ma che si scopre a noi
distinto e che noi abbiamo con cura incanalato nei nostri affetti, nei doveri
che ci siamo imposti, nelle abitudini che ci siamo tracciate, in certi momenti
di piena straripa e sconvolge tutto.
[…]
E per tutti però può rappresentare
talvolta una tortura, rispetto all'anima che si muove e si fonde, il nostro
stesso corpo fissato per sempre in fattezze immutabili. Oh perché proprio
dobbiamo essere così, noi? - ci domandiamo talvolta allo specchio - con questa
faccia, con questo corpo? - alziamo una mano nell'incoscienza; e il gesto ci
resta sospeso. Ci pare strano che l'abbiamo fatto noi. Ci vediamo vivere.
Pirandello pubblica a puntate nel 1915 un
romanzo-diario il cui protagonista è un operatore cinematografico (Serafino
Gubbio). Costui diventa muto per lo shock in seguito a una tragica esperienza
di lavoro: durante la ripresa di una scena di caccia registra la sequenza in
cui Aldo Nuti, innamorato dell'attrice Nestoroff, invece di sparare a una tigre
punta il fucile sulla sua compagna di scena e viene così sbranato dalla belva.
Serafino Gubbio è l'intellettuale che rinuncia a svolgere un ruolo ideologico
propositivo; è il nuovo intellettuale "senza qualità": degradato alla
pura mansione tecnica, alla fine si trova ridotto a "un silenzio di
cosa". L'afasia è l'unica via di salvezza possibile: all'indifferenza
della vita si risponde con l'indifferenza (il mutismo). Il soggetto non ha
scampo né redenzione possibile dall'alienazione che lo circonda - la sua
condizione non è che il riflesso dell'alienazione dominante (Luperini). Con
questo senso di tragica estraneità si chiude il romanzo:
Io mi salvo, io solo, nel mio
silenzio, col mio silenzio, che m'ha reso così - come il tempo vuole -
perfetto. Non vuole intenderlo il mio amico Simone Pau, che sempre più s'ostina
ad annegarsi nel superfluo, inquilino perpetuo d'un ospizio di
mendicità. Io ho già conquistato l'agiatezza con la retribuzione che la Casa
[la casa cinematografica] m'ha dato per il servizio che le ho reso, e sarò
ricco domani con le percentuali che mi sono state assegnate sui noli [noleggio]
del film mostruoso [l'attore Aldo Nuti viene ucciso dalla tigre e
Serafino diventa muto] E' vero che non saprò che farmi di questa ricchezza; ma
non lo darò a vedere a nessuno; meno che a tutti a Simone Pau che viene ogni
giorno a scrollarmi, a ingiuriarmi per smuovermi da questo mio silenzio di
cosa, ormai assoluto, che lo rende furente. Vorrebbe ch'io ne piangessi, ch'io
almeno con gli occhi me ne mostrassi afflitto o adirato; e che gli facessi
capire per segni che sono con lui, che credo anch'io che la vita è là, in quel
suo superfluo. Non batto ciglio; resto a guardarlo rigido, immobile, e
lo faccio scappar via su le furie. […]
No, grazie. Grazie a tutti. Ora
basta. Voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è questa; è nel senso
che do alla mia professione, voglio seguitare così - solo - muto e impassibile
- a far l'operatore.
Nel romanzo Uno, nessuno e
centomila (1925) la destrutturazione dell'io del protagonista, Vitangelo
Moscarda, inizia con la casuale ma fatidica osservazione della moglie a
proposito di un particolare fisico irregolare: il naso pende verso destra.
Questo scatena ossessive analisi e riflessioni di Vitangelo, sino alla follia:
Dunque, niente: questo. Se vi par
poco! Ecco una prima lista delle riflessioni rovinose e delle terribili
conclusioni derivate dall'innocente momentaneo piacere che Dida mia moglie
aveva voluto prendersi. Dico, di farmi notare che il naso mi pendeva verso
destra.
RIFLESSIONI:
1 - che io non ero per gli altri
quel che finora avevo creduto d'essere per me;
2 - che non potevo vedermi vivere;
3 - che non potendo vedermi
vivere, restavo estraneo a me stesso, cioè uno che gli altri potevano vedere e
conoscere; ciascuno a suo modo; e io no;
4 - che era impossibile pormi
davanti questo estraneo per vederlo e conoscerlo; io potevo vedermi, non già
vederlo;
5 - che il mio corpo, se lo
consideravo da fuori, era per me come un'apparizione di sogno; una cosa che non
sapeva di vivere e che restava lì, in attesa che qualcuno se la prendesse;
6 - che, come me lo prendevo io,
questo mio corpo, per essere a volta a volta quale mi volevo e mi sentivo, così
se lo poteva prendere qualunque altro per dargli una realtà a modo suo;
7 - che infine quel corpo per se
stesso era tanto niente e tanto nessuno, che un filo d'aria poteva farlo
starnutire, oggi, e domani portarselo via.
CONCLUSIONI:
Queste due per il momento:
1 - che cominciai finalmente a
capire perché Dida mia moglie mi chiamava Gengé;
2 - che mi proposi di scoprire chi
ero io almeno per quelli che mi stavano più vicini, così detti conoscenti, e di
spassarmi a scomporre dispettosamente quell'io che ero per loro.