Saggio breve. La città
Obiettivi:
Valutazione:
Consegne:
Traccia:
Trova analogie/differenze tra i
brani proposti, contestualizzandoli ed effettuando collegamenti con le
letterature straniere, le arti figurative e l'architettura del '900:
La natura che è ancora una
presenza dominante in d'Annunzio e Pascoli tende a scomparire nella nuova
poesia che predilige scenari urbani. La metropoli moderna vi compare come luogo
che minaccia la libertà e l'individualità dell'artista, luogo dell'anonimato,
della solitudine e dell'alienazione. La città nella poesia di Sbarbaro è una
città pietrificata, un deserto:
Camminiamo io e te come
sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è
quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioja e di dolore
non ci tocca: Perduta ha la sua
voce
la sirena del mondo, e il mondo è
un grande
deserto.
Nel deserto
Io guardo con asciutti occhi me
stesso.
(Camillo Sbarbaro, "Taci
anima stanca di godere", Pianissimo, 1914)
Una percezione minacciosa e
stravolta del paesaggio cittadino è in questa poesia di Esenin (1921), un
esempio di deformazione espressionistica: un fanale che si specchia nelle
pozzanghere è raffigurato come un uomo deforme e senza labbra e il campanile
come un mugnaio che trasporta sacchi:
O tu contrada, o tu contrada mia,
metallo per le piogge dell'autunno.
Un lume specchia intirizzito il
capo
senza labbra, nella nera
pozzanghera.
Ma certo è meglio ch'io più non vi
guardi,
per non scrutare in un attimo il
peggio.
Tenterò quasi di chiudere gli
occhi
di fronte a questa rugginosa
tenebra.
E' così meno freddo e doloroso.
Guarda: in mezzo agli scheletri di
case,
il campanile-mugnaio trasporta
come sacchi di rame le campane.
(S. Esenin, Poesie, Garzanti)
Nel Manifesto del futurismo (1909)
di Marinetti c'è invece un inno entusiasta della vita nella città:
Noi canteremo le grandi folle
agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le marce
multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo
il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente
lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le
officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a
ginnasti giganti che scavalcano i fiumi; i ponti simili a ginnasti giganti che
scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli …
Nel 1974 Pier Paolo Pasolini in
un'intervista al "Mondo" rilevava che "oggi nelle città
dell'Occidente, e soprattutto nelle città d'Italia, camminando per le strade si
è colpiti dall'uniformità della folla: "non si nota più alcuna differenza
sostanziale, tra i passanti (soprattutto giovani) nel modo di vestire, nel modo
di camminare, nel modo di essere seri, nel modo di sorridere, nel modo di
gestire, insomma nel modo di comportarsi. Il sistema di segni del linguaggio
fisico-mimico non ha più varianti, è perfettamente identico in tutti".
Questa sorta di degradata
uguaglianza ha come corollario la tristezza: "l'allegria sempre esagerata,
ostentata, aggressiva, offensiva", una tristezza profondamente nevrotica,
da frustrazione sociale: "Ora che il modello sociale da realizzare non è
più quello della propria classe, ma imposto dal potere, molti non sono appunto
in grado di realizzarlo. E ciò li umilia orrendamente".