Articolo: Intellettuali travolti dalla congiura dei Pisoni. Si suicidano Seneca Lucano Petronio

 

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Tra il 65 e il 66 d.C. Roma fu sconvolta dalla congiura dei Pisoni, scoperta grazie a una serie di delazioni e repressa, dopo torture e feroci carcerazioni, in un bagno di sangue. Il resoconto dei fatti è affidato a Tacito che tra le righe non si astiene da pungenti commenti che vanno individuati e separati dai dati informativi. L'articolo deve avere l'incisività e l'efficacia tipica dello stile giornalistico e deve ricostruire l'atmosfera intellettuale dell'epoca - allo stoicismo dominante testimoniato da Seneca si affianca l'epicureismo di Petronio. La cornice in cui inserire l'articolo può essere inventata, ma i fatti, le persone, le date, le circostanze - rielaborate, argomentate, riscritte - devono rispecchiare esattamente la fonte: Tacito, Annales.

 

Per facilitare la stesura dell'articolo si riassume l'antefatto.La notte del 19 luglio 64 divampò a Roma un incendio che la distrusse per metà. Quando si iniziarono i lavori di ricostruzione, con le inevitabili speculazioni e la ricerca di capitali, non escluse le consuete condanne e confische, e quando Nerone approfittò dell'euforia edilizia per crearsi la Domus aurea, tipo una sfarzosa reggia orientale, si incominciò ad accusare il princeps d'aver provocato l'incendio per appagare la sua megalomane ambizione di una nuova Roma.

 

La congiura

 

"…si rafforza una congiura a cui aderiscono senatori, cavalieri, soldati ed anche donne accesi da odio contro Nerone e da simpatia per Calpurnio Pisone: Questi, nato dalla stirpe Calpurnia, imparentato da parte di padre con molte insigni famiglie, godeva presso il popolo di una fama che gli veniva dalla virtù, o piuttosto dall'apparenza della virtù". (Annales, XV, 48)

Fra i congiurati nomi famosi come il poeta Anneo Lucano che detestava Nerone "perché cercava di soffocare la gloria dei suoi poemi e perché, incapace di rivaleggiare con lui, gli aveva vietato di farne sfoggio in pubblico". Compare anche il nome di Scevino, importante perché il suo liberto Milico denuncerà la congiura. Mentre i congiurati si scambiavano le loro idee sulle scelleratezze del principe, sulla prossima fine dell'impero e su chi avrebbe preso in mano le redini del potere una volta eliminato Nerone "stabilirono, alla fine, di scegliere per l'esecuzione del piano il giorno in cui nel circo si facevano i giochi in onore di Cesare. Avevano così stabilito i momenti dell'azione : Laterano, come se volesse chiedere un aiuto per le sue necessità familiari, in atto di supplice  cadendo ai piedi del principe lo avrebbe abbattuto al suolo all'improvviso … e lo avrebbe sopraffatto. Sopra di lui, che giaceva a terra nell'impossibilità di muoversi, sarebbero accorsi a trucidarlo tribuni e centurioni …Intanto Pisone sarebbe stato in attesa presso il tempio di Cerere dei pretoriani che lo avrebbero portato alla caserma". (Annales, XV, 53).

 

La delazione

 

"Tutti sono d'accordo intorno al modo con cui si svolsero i fatti successivi. Infatti, quando Milico, nella sua anima di schiavo, ebbe ben valutato le ricompense che avrebbe avuto per la sua perfidia [la denuncia della congiura] e vide nello stesso tempo balenargli dinnanzi e denaro e potenza, …si dimenticò della salvezza del patrono [Scevino], nonché della libertà che aveva ricevuto da lui". (Annales, XV, 54)

Milico riuscì a giungere al cospetto di Nerone e lo "informò del pericolo che lo sovrastava e della posizione sociale dei congiurati, aggiungendo anche tutti quegli elementi che aveva non solo udito, ma che aveva congetturato" (Annales, XV, 55).

Gli accusati furono cacciati in carcere e "non ebbero la forza di sopportare né la vista né la minaccia dei mezzi di tortura. Natale, al corrente di tutta la congiura ed anche il più esperto nell'arte di denunciare, svelò per prima cosa la presenza di Pisone, poi parlò di Anneo Seneca, sia che egli fosse stato realmente intermediario tra Seneca e Pisone, sia che Natale volesse in tal modo procurarsi il favore di Nerone, che odiava Seneca e che cercava ogni mezzo per sopprimerlo. Allora venuto a conoscenza della delazione di Natale, anche Scevino, con altrettanta viltà …denunciò tutti gli altri…Tra questi Lucano e sua madre Acilia" (Annales, XV, 56).

 

Seneca "filosofo": una morte "stoica"

 

Nerone ordina a Seneca di morire. Il filosofo "impavido chiede che gli siano portate le tavole del testamento e, poiché il centurione rifiuta, dichiara agli amici che, non potendo dimostrare loro la sua gratitudine, avrebbe lasciato la sola cosa che possedeva e la più bella: l'esempio della sua vita …Frenava, intanto, le lacrime dei presenti ora col semplice ragionamento, ora parlando con maggiore energia e, richiamando gli amici alla fortezza dell'animo, chiedeva loro dove fossero i precetti della saggezza, e dove quelle meditazioni che la ragione aveva dettato per tanti anni contro la fatalità della sorte. A chi mai, infatti, era ignota la ferocia di Nerone? Non gli rimaneva ormai più, dopo aver ucciso madre e fratello, che aggiungere l'assassinio del suo educatore e maestro." (Annales, XV, 62)

Come ebbe rivolto a tutti queste parole con un solo colpo furono recise le vene del braccio. "Seneca, poiché il suo corpo vecchio e indebolito dal poco cibo offriva una lenta uscita al sangue, si recise anche le vene delle gambe e delle ginocchia …Anche negli estremi momenti non essendogli venuta meno l'eloquenza, chiamati gli scrivani, dettò molte pagine … "(Annales, XV, 63)

 

Lucano: una morte teatrale

 

"Nerone diede poi ordine di uccidere Anneo Lucano. Questi , mentre il sangue gli fluiva dalle vene, quando s'accorse che il gelo si diffondeva nei piedi e nelle mani e che a poco a poco gli spiriti vitali abbandonavano le estremità, con piena lucidità di mente si rammentò un carme che egli aveva composto per rappresentare un soldato ferito che moriva come lui; recitò quei versi che furono le ultime sue parole." (Annales, XV, 70)

 

Petronio: una morte "anticonvenzionale"

 

"In quei giorni Cesare (Nerone) per caso era andato in Campania e Petronio che si era spinto fino a Cuma venne qui trattenuto. Egli allora non volle protrarre più a lungo né la paura né la speranza e non volle nemmeno liberarsi con troppa fretta della vita, ma, recise le vene, se le legò ancora a suo piacere, poi di nuovo se le fece aprire, mentre si intratteneva con gli amici, senza, tuttavia, trattare con loro di severi argomenti o tenere quel contegno col quale egli sembrasse cercare per sé la lode del fermo coraggio. Nessun discorso volle ascoltare dagli amici intorno all'immortalità dell'anima od a quelle sentenze che piacciono ai filosofi, ma solo volle udire piacevoli canti e facili versi … S'assise al banchetto e cedette al sonno perché la morte, per quanto obbligata, , avesse un'apparenza accidentale. Nel suo testamento non scrisse parole di adulazione né per Nerone, né per Tigellino [prefetto del pretorio], né per qualunque altro potente, …ma vi notò accuratamente le infamie del principe, col nome degli amasi e delle donne, nonché ogni sua strana dissolutezza nei rapporti sessuali; dopo aver sottoscritto tutto ciò, lo mandò a Nerone". (Annales, XVI, 19).