Analisi. Elio Vittorini: Conversazione in Sicilia

 

Obiettivi:

 

Valutazione:

Tempo: 4 ore

 

Traccia:Analizzare il brano di Conversazione in Sicilia prendendo come spunto le considerazioni dei critici Contini e Segre ed sprimendo poi un punto di vista personale

 

Conversazione in Sicilia, apparso a puntate sulla rivista "Letteratura" fra il 1938 e il 1939, è " il manifesto poetico dell'antifascismo" di Elio Vittorini (Contini). Il romanzo è strutturato sul motivo del viaggio, reale e metaforico, del protagonista Silvestro, oppresso da una sterile agitazione spirituale, che ritorna dal nord in Sicilia a trovare la madre. Si tratta di un viaggio catartico alla fine del quale Silvestro è pronto a ripartire animato dalla coscienza di "nuovi doveri" e dalla volontà di adempiervi.La novità di questo romanzo consiste nell'abbandono della dimensione realistica e dell'indagine sociologica in favore di una linea allegorico-simbolica, per cui il viaggio si identifica con un processo di autoanalisi e di ricerca di verità segrete.

"A livello formale questa operazione comporta l'abbandono di una struttura romanzesca oggettiva e realistica, la riduzione dei personaggi a figure simbolo e l'adozione di un registro lirico, fondato su un linguaggio allusivo e cifrato, e su una sintassi essenziale e musicalmente modulata da un fitto gioco di iterazioni anaforiche." ( Segre)

 

"Io ero, quell'inverno, in preda ad astratti furori: Non dirò quali, non di questi mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch'erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un'ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l'acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.

"Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire a vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un'infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo dentro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l'acqua mi entrava nelle scarpe".

 

Percorso consigliato