Analisi: Cesare Pavese, La casa in collina
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Una
brevissima sintesi dell'argomento del romanzo, La casa in collina, da
cui è tratto il brano da analizzare. Corrado, un professore di Torino, per
sottrarsi ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, si rifugia in una
casa in collina, fuori Torino, e poi con amici partigiani si spinge nelle
Langhe, suo paese natale. Qui egli comprende l'inutilità di ogni ulteriore
proposito di fuga davanti all'orrore della guerra.
Pavese in un articolo dal titolo Raccontare
è come ballare comparso nel 1948, contemporaneo all'uscita del romanzo La
casa in collina, esplicita le tecniche narrative adottate: ambientazione
sommaria, disinvoltura di paesaggi, immersione del lettore in acque ritmiche e
rapinose, natura esterna ridotta quasi a simbolo. In sintesi: procedimenti che
evitano una descrizione realistica, precisa e dettagliata.
Ma l'aspetto più importante è la
cadenza della prosa di Pavese. In un altro suo scritto, Raccontare è
monotono, sostiene che "dire stile è dire cadenza, ritmo, ritorno
ossessivo del gesto e della voce, della propria posizione entro la
realtà".
Questo andamento della prosa di Pavese
si realizza attraverso il ritorno frequente di vocaboli e nomi, con l'uso
insistito dell'imperfetto, che crea un'atmosfera magica e favolosa,
alleggerisce il peso della realtà e prospetta una dimensione simbolica.
Questa cifra stilistica emerge
nitida già nell'incipit del romanzo La casa in collina:
"Già in altri tempi si diceva
la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla
città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto
delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle
colline e queste antiche, dove giocai bambino e adesso vivo: sempre un terreno
accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e
burroni. Ci salivo la sera come se anch'io fuggissi il soprassalto notturno
degli allarmi, e le strade formicolavano di gente, povera gente che sfollava a
dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle
spalle, vociando e discutendo, indocile, credula e divertita.
"Si prendeva la salita, e
ciascuno parlava della città condannata, della notte e dei terrori imminenti.
Io che vivevo da tempo lassù, li vedevo a poco a poco svoltare e diradarsi, e
veniva il momento che salivo ormai solo, tra le siepi e il muretto. Allora camminavo
tendendo l'orecchio, levando gli occhi agli alberi familiari, fiutando le cose
e la terra. Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare
tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si
sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali. Dalla finestra sul frutteto
avrei ancora veduto il mattino. Avrei dormito dentro un letto, questo sì. Gli
sfollati dei prati e dei boschi sarebbero ridiscesi in città come me, solamente
più sfiancati e intirizziti di me. Era estate, e ricordavo altre sere quando
vivevo e abitavo in città, sere che anch'io ero disceso a notte alta cantando o
ridendo, e mille luci punteggiavano la collina e la città in fondo alla strada.
La città era come un lago di luce. Allora la notte si passava in città: Non si
sapeva ch'era un tempo così breve. Si prodigavano amicizia e giornate negli
incontri più futili. Si viveva, o così si credeva, con gli altri e per gli
altri."
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