Traduzione di Livio, Ab urbe condita,
XXII, 51,1-4
[1] Hannibali victori cum ceteri
circumfusi gratularentur, suaderentque ut, tanto perfunctus bello, diei quod
reliquum esset noctisque insequentis quietem et ipse sibi sumeret et fessis
daret militibus, Maharbal praefectus equitum, minime cessandum ratus, «immo, ut
quid hac pugna sit actum scias, die quinto», inquit, «victor in Capitolio
epulaberis. Sequere; cum equite, ut prius venisse quam venturum sciant,
praecedam». [2] Hannibali nimis laeta res est visa, maiorque quam ut eam statim
capere animo posset. Itaque voluntatem se laudare Maharbalis ait, ad consilium
pensandum temporis opus esse. Tum Maharbal: «Non omnia nimirum eidem Dii
dedere; vincere scis, Hannibal; victoria
uti nescis». Mora eius diei satis
creditur saluti fuisse urbi atque imperio.[3] Postero die, ubi primum inluxit, ad spolia legenda
foedamque etiam hostibus spectandam stragem insistunt. Iacebant tot
Romanorum milia, pedites passim equitesque, ut quem cuique fors aut pugna
iunxerat aut fuga. Adsurgentis
quidam ex strage media creati, quos stricta matutino frigore excitaverant
vulnera, ab hoste oppressi sunt. [4] Quosdam
et iacentes vivos, succisis feminibus poplitibusque, invenerunt, nudantis
cervicem iugulumque, et reliquum sanguinem iubentes haurire. Inventi quidam sunt mersis in
effossam terram capitibus, quos sibi ipsos fecisse foveas obruentesque ora
superiecta humo interclusisse spiritum apparebat.
[1] Tutti circondavano il
vincitore Annibale, e si congratulavano con lui, e lo esortavano a dare a sé stesso e ai soldati stanchi, ora che
quella sì gran guerra era compiuta,
riposo per il resto della giornata e per la notte seguente. Maàrbale invece, il comandante della cavalleria,
pensava che non si dovesse punto
indugiare: "Anzi", disse, "perché tu ben sappia quanto si
sia ottenuto con questa giornata, [io
ti dico che] fra cinque giorni banchetterai vincitore sul Campidoglio. Seguimi; io ti precedo con la cavalleria,
affinchè ti sappiano giunto prima di
apprendere che ti sei messo in marcia". [2] Troppo bella cosa parve
questa ad Annibale, ma troppo più
grande che si potesse lì per lì deliberarla. Disse dunque che elogiava la buona volontà di Maàrbale ma
che occorreva un po' di tempo per
ponderare siffatto consiglio. Al che Maàrbale: "Eh sì, a nessuno
dànno tutto gli Dei; tu sai vincere,
Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria". E ben si crede che l'indugio di quel giorno fu la salvezza
dell'Urbe e dell'impero. [3] L'indomani,
all'alba, attesero a raccogliere le spoglie e a contemplare la strage,
orrenda anche per un nemico, tante
migliaia di romani giacevano, fanti misti a cavalieri, come li aveva accomunati il caso o nel combattimento
o nella fuga. Alcuni, riscossi dal dolore delle ferite inaspritesi nel freddo
mattutino, si alzavano insanguinati di tra il
carnaio; e furono finiti dai nemici. [4] Altri ne trovarono vivi, coi
fèmori o coi pòpliti recisi, che si
nudavano la gola e la nuca, e chiedevano che fosse lor tolto il sangue rimasto. Altri furono trovati con la
testa ficcata in una buca, e si vedeva
che se l'erano scavata essi stessi, e che gettandovisi e coprendosi di
terra si eran tolta la vita