Saggio breve: "I classici? Odiarli è facile"

 

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Con argomenti e modi diversi sia Cacciari che UmbertoEco puntano il dito contro la scarsa lungimiranza di una scuola troppo innamorata della sua idea di modernità  e sul fatto che i classici greci e latini per la prima volta nella storia sono minacciati non da una cultura che li sfida, ma da una che li ignora. Il problema non è se i classici sono attuali, ma se lo siamo noi nei loro confronti; in caso contrario corriamo il rischio di quel professore di lingue morte che si uccise per poter finalmente parlare le lingue che conosceva … Entrate nel dibattito e nelle questioni sollevate esprimendo il vostro parere secondo le esperienze belle o brutte fatte proprio sui banchi di scuola.

 

In un'intervista comparsa su "Repubblica" il 10 ottobre 2002 vengono intervistati il semiologo Umberto Eco e il filosofo Massimo Cacciari sul significato di "classici" e sul loro valore oggi:

 

Eco: "Nulla di più facile che definire un classico: è un libro che tutti odiano perché sono stati costretti a leggerlo a scuola. In realtà un classico è un sopravvissuto, intendo proprio in senso darwiniano: sopravvissuto a una selezione. I classici che conosciamo sono quelli che hanno goduto del consensus gentium, tanto da imporsi in qualche modo anche a chi non ne provava ammirazione: Dante sopravvisse al Settecento che lo detestava."

 

Cacciari: "Sopravvivere è di per sé un atto di resistenza. Classico non è qualcosa che rimanda al passato, è qualcosa che resiste al presente: che contrasta con l'ora, con il modus, cioè con il moderno, con la moda. Per questo nessuno può fare a meno dei classici. Se non possiedi i tuoi classici, se non li ri/cor/di, cioè non li conservi nel tuo cuore, sei un moderno che vive sotto l'impressione del momento, disarmato. Fagocitato dal presente, senza la distanza critica che i classici forniscono e che ti permetterebbe di non essere schiavo. Leggere i classici non è un modo di gettare "i morti in faccia ai vivi", per dirla con Leopardi: è contraddire la tirannia del momento. I veri classici non sfuggono: sfidano. Sono sempre pericolosi".

 

A proposito del rapporto della scuola con i classici:

 

Cacciari: "C'è da chiedersi cosa ha più a che fare questa scuola con i classici. L'ultima riforma, ma vorrei dire tutti gli ultimi progetti di riforma, avevano un minimo comun denominatore negativo: pensano la scuola come una fabbrica di impiegati. Persone "al servizio di ". In una scuola "moderna", cioè asservita al modus, allo stato delle cose presente, i classici possono essere solo odiosi. Vissuti come puro superfluo, super-vacuum, dimensione inutile della cultura, un po’ come il culto dei morti. Ma questa scuola creatrice di "dipendenti", di "occupati" (nel senso militare, come si occupa una città), che crede di essere "non di classe" solo perché ha eliminato i classici, è una scuola inattuale, inutile, arcaica, che non creerà né occupati né impiegati, è una scuola che vedrà fallire i suoi stessi propositi … L'odio scolastico per i classici spesso deriva dall'impostazione storicista della nostra pedagogia, che contraddici totalmente, filosoficamente l'essenza dei classici. I classici non si distinguono per cronologia ma per topologia. Non sono epoche, ma luoghi del pensiero".

 

Eco: " Una formula elastica si può trovare, ma un canone comunque esiste, ed è giusto che gli insegnanti ne siano gli interpreti. Possiamo poi chiederci come si è formato il canone, cioè il patrimonio di classici che abbiamo ereditato dal passato e … se fossero stati scelti male? Può anche essere: ma leggerli ci insegna comunque a capire come siamo diventati, perché parlano con le parole e con i concetti che ora usiamo noi. Se uno psicologo lavora sul complesso di Edipo, vuol dire che Sofocle non è stato insignificante … Ricordare è scegliere. A questo serve o dovrebbe servire la scuola: insegnare la discriminazione critica".

 

Sull'attualissimo dibattito in merito alla lettura dei classici in lingua originale:

 

Cacciari: "Non esiste un pensiero astratto che poi si incarna in qualsiasi lingua. Io penso in una specifica lingua, e questa lingua fa parte del mio pensiero. Leggere un testo in lingua originale non ci serve per sapere come parlava un autore, ma come pensava. Cosa che in traduzione posso cogliere solo parzialmente".

 

Eco: "Togliamo di mezzo il vecchio argomento che salta fuori ogni volta che si discute sul greco e il latino a scuola: cioè che studiare le lingue morte 'aiuta a ragionare'. E' una balla. O meglio: anche studiare lo swahili aiuta a ragionare. Se lo scopo è quello, andiamo direttamente al nocciolo e insegnamo logica formale. Semmai si impara a ragionare comparando le lingue: magari inglese e latino, perché no. E' assurda la logica per cui questo dovrebbe scomparire per lasciare il posto a quello".

 

I nostri classici greci e latini hanno ancora un senso nella scuola multiculturale?

 

Eco: "Eccome: anzi diventa ancora più necessario e interessante il confronto fra classicità diverse. E' proprio il caso di allargare il canone: Iliade e Gilgamesh, Bibbia e Corano …"

 

Cacciari: "I classici non offrono modelli di società o di comportamento. I classici non 'servono', non sono al servizio di niente e di nessuno. Dunque è un miracolo, soprattutto italiano, trovare in libreria tante e spesso ottime edizioni economiche dei classici. Visto che gli editori non sono benefattori, penso che si vendano bene. Evidentemente la scuola-azienda, la scuola-informazione, la scuola-fabbrica di 'impiegati' non è ancora riuscita a cancellarne il bisogno …"

 

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