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Quali regole per governare il sistema mondo? Obiettivi:
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Traccia: Analizzate i due articoli indivuduando il punto di vista e assumendo una posizione critica personale Nuove regole per società aperte di Rodney Barker Regole ("Il Sole 24ore" online) La storia del XX secolo è quella di una lunga marcia di allontanamento dalle regole, seguita da un brusco ritorno indietro allorché si avvicina la fine del millennio. Nel corso di questa lunga marcia, lo schieramento per il quale tifano i fautori dell'iperliberismo economico ha assegnato loro la parte del cattivo che intralcia iniziativa e spirito d'intraprendenza: «Basta con le pastoie! Dei controlli facciamo un falò!». Per lo schieramento opposto, sono l'eroe che ci difende dalle bizze autocratiche di primi ministri e presidenti, burocrati e "padroni" di varia natura; il diritto delle regole rappresenta la benefica alternativa al possibile arbitrio del Governo. Da un lato deregulation, spontaneismo, meno Stato e flessibilità; dall'altro ordine (seppur minimo), norme e procedure. La nostra valutazione delle regole ha attraversato un processo di riforma e di controriforma le cui origini risalgono all'inizio della società industriale moderna. Le regole, si diceva, in particolare quelle stabilite e formulate dall'autorità dello Stato (le leggi), erano l'alternativa che liberava dal capriccio del principe: quando tutti sono assoggettati alle stesse regole, i cittadini possono aspettarsi che lo Stato e i suoi rappresentanti agiscano in maniera equa e prevedibile per difenderne e promuoverne gli interessi e le libertà; lo Stato di diritto è indipendente dai cangianti umori di governanti e governati. Le regole erano ritenute fonte di stabilità e di rassicurante prevedibilità.Per quanto riguarda la sfera pubblica, si pensava che un insieme di imperativi generali, distinti e indipendenti dai desideri dei governanti fosse il miglior custode delle libertà. Le regole per un mondo multiculturale sono faccende ben delicate... E lo sono ancora di più le regole di una società internazionale, transnazionale o globale. Siano esse informali e applicate per consuetudine o per timore di una condanna sociale, o formali e applicate per coercizione, oltre il livello dello Stato non esiste, per ora, un sistema accettato da tutti. Il diritto internazionale o le decisioni dell'Organizzazione mondiale del commercio non godono ancora dell'appoggio morale o del supporto coercitivo che li renderebbero realmente efficaci e universalmente accettati. Se è giudicata lecita l'esportazione in Europa di manzo americano agli ormoni, soltanto le sanzioni commerciali adottate unilateralmente dagli Stati Uniti fanno cedere i Paesi contrari (pur condannati da una decisione dell'Omc). Quando si devono stabilire regole per la vita internazionale o transnazionale, ci si scontra con il fatto che mentre organismi quali l'Unione europea o l'Omc possono avvalersene, quelli contro i quali vengono usate non riescono a capire quanto i regolatori ne siano essi stessi vincolati. Nel nuovo millennio, quindi, occorrerà risolvere due grandi problemi. Il primo è quello di trovare regole, a livello nazionale e soprattutto sovranazionale, per società irriducibilmente varie e complesse. Il secondo è che tali regole non dovranno servire solo per "ordinare" la vita di donne e uomini "comuni", ma anche le fonti politiche e ufficiali delle regole stesse . Nel rifiutare le regole perché interferiscono con la libertà d'azione, non scegliamo una qualche utopica cooperazione. In realtà, rinunciamo alla scelta di percorrere strade diverse dalla tradizione, dalla coercizione e dai mercati. Il più grande conflitto del prossimo millennio potrebbe svolgersi tra complessità e uniformità, tra varietà sociali da un lato e mercati con ambizioni universalistiche dall'altro. Un conflitto che vedrebbe il Fondo monetario internazionale e Carlo Marx schierati sullo stesso fronte, contro i fautori delle regole di ogni parte e tendenza. Nuove regole per affrontare la società globale di Maurice Aymard ("Il Sole 24ore" online) Dobbiamo diffidare delle parole astratte quando diventano troppo familiari. Usarle in modo quotidiano ci permette di fare a meno della loro eventuale definizione, che nessuno ha mai preso la pena di precisare con un minimo di esattezza. Perché definirle, infatti? Basta che tutti le usino, non potrebbero farlo se non ne conoscono il significato. Sono gli ombrelli comodi del linguaggio facile, che mette tutti d'accordo: ognuno può dare a queste parole il contenuto che gli conviene, ipotizzando che tutti la pensino nello stesso modo. Perciò le stesse parole vengono usate come chiavi per aprire tutte le porte, dimenticando che sono porte senza serratura. Globalizzazione e mondializzazione, parole usate spesso l'una per l'altra, ma anche l'una con l'altra, come facce della stessa medaglia, sono due buoni esempi recenti di questa regola più generale. Il loro successo è legato al compito che viene loro attribuito di spiegare - o, meglio ancora, di riassumere - le trasformazioni in atto nel periodo in cui viviamo. La loro funzione è di dare un senso al nostro presente (un significato) e al nostro futuro (una direzione). Sono l'ultima (per il momento) incarnazione dell'idea di progresso, che i cosiddetti "post-moderni" credevano di aver eliminato in modo definitivo, e dimostrano la nostra esigenza di mantenere o ritrovare, dopo il crollo del marxismo così come lo rappresentavano i Paesi socialisti, una coerenza globale della storia. Meglio dunque partire da una prima definizione, che cerchi di riassumerne i contenuti principali. I progressi recenti della circolazione rapida su distanze molto più lunghe, e potenzialmente mondiali, dei prodotti agricoli e industriali, delle informazioni, delle idee, dei capitali e, fino a un certo punto, degli uomini hanno ridimensionato il ruolo (e le pretese) degli Stati come organizzatori principali del funzionamento delle società civili. Tutti i Paesi del mondo ne sono stati colpiti, seppure in modo differente e diseguale. I grandi Paesi sviluppati hanno dovuto adattare la loro struttura industriale e la loro organizzazione economica alle nuove tecnologie dell'informazione e della produzione, affrontare il problema della disoccupazione di una parte importante della loro popolazione attiva, e finalmente accettare di imporre ai loro cittadini dei sacrifici severi per ridurre in modo parallelo il deficit di bilancio, l'indebitamento, l'inflazione, e il costo del welfare. I Paesi socialisti europei, i quali all'inizio avevano creduto che la crisi fosse della sola economia capitalista, sono stati rapidamente raggiunti dalle stesse difficoltà, ma non hanno avuto la stessa capacità di risposta e di adattamento: hanno dovuto accettare di cambiare insieme sistema politico ed economico. I Paesi in via di sviluppo, per la maggior parte, hanno dovuto invece abbandonare i loro piani di sviluppo economico autonomo, incentrato sulla valorizzazione sul posto delle loro risorse, per aprirsi ai flussi di capitali stranieri e puntare sull'accesso ai mercati internazionali per aumentare le loro esportazioni. Il mondo può oggi sembrare più unificato, se pensiamo all'apertura delle frontiere, all'eliminazione del socialismo come alternativa al capitalismo, al ruolo affidato al mercato come regolatore principale a spese degli interventi statali, all'accelerazione e all'intensificazione della circolazione dei prodotti, delle idee e delle mode. Non lo è, però, se consideriamo le civiltà, le culture, le religioni, che affermano più che mai le loro differenze. E lo è ancora di meno se consideriamo le sue gerarchie interne. Che, malgrado i progressi (ancora fragili) di alcune aree, soprattutto in Asia, non si sono ridotte, ma piuttosto rafforzate. La liberalizzazione dei mercati non ha significato l'affermazione di un mercato libero dove tutti i partner sono uguali. La sola differenza è che il compito del coordinamento e della regolazione degli stessi mercati è stato trasferito a nuove entità sovranazionali: economiche, politiche, commerciali e finanziarie. La cui composizione e il cui controllo sono peraltro limitati ad alcuni Paesi, spesso gli stessi, che sono così in condizione di imporre decisioni conformi ai loro interessi. Ciò spiega come mai la libertà di circolazione non è la stessa per tutti: quasi totale per i capitali, lo è notevolmente di meno per molti prodotti, ancora di meno per i servizi, e non lo è affatto per gli uomini, i cui flussi sono strettamente limitati dalle varie legislazioni dei Paesi più avanzati sull'immigrazione. Gli stessi Paesi approfittano della loro posizione dominante per focalizzare il dibattito sui settori per loro decisivi e per rinforzare o valorizzare i loro vantaggi. La globalizzazione che viviamo prende in questo contesto una forma del tutto particolare, che ben riassume l'esempio emblematico di Internet. La rete permette a chi la può usare di comunicare in modo quasi istantaneo con il resto del mondo e di avere così accesso a una quantità potenzialmente infinita di informazioni e di dati. Usarla è diventata, per noi occidentali, un'abitudine quotidiana. Non dobbiamo però dimenticare che, a livello di popolazione mondiale, la percentuale degli utenti diretti o indiretti di Internet è compresa tra il 5 e il 10%, concentrati nei Paesi più avanzati. Mentre la percentuale di chi dipende, per la sua vita quotidiana, da decisioni prese e comunicate via Internet in base a un sistema di informazioni mondiale, e sulle quali non ha alcuna possibilità di intervenire, raggiunge livelli ben più alti e sempre crescenti. La cosiddetta rivoluzione informatica è il punto d'arrivo di un'altra storia, che inizia pure lei nella seconda metà del '400 con l'invenzione della stampa e segna i suoi passi ulteriori a partire dalla seconda metà dell'800 e nei primi anni del '900. In questa prospettiva, la vera rivoluzione recente non si limita a Internet e al web. Si identifica con il multimediale, che permette a ogni utente, passando dal ruolo passivo di lettore-uditore-spettatore a quello attivo di creatore, di riunire nelle sue mani il testo, l'immagine e il suono, e di passare liberamente dal reale al virtuale e viceversa. Questo privilegio, oggi ancora di pochi e domani di molti ma comunque sempre di una minoranza, ci ricorda la faccia nascosta della globalizzazione: la valorizzazione dell'individuo. Esso, come il lettore colto rappresentato nei quadri del '700 nel suo gabinetto di lettura, può credere di aver superato il suo isolamento e di tenere il mondo nelle sue mani e davanti ai suoi occhi. La tappa attuale della storia rappresenta una rottura solo se consideriamo come definitiva quella precedente, incentrata sullo Stato e sui suoi sforzi per organizzare, nel bene e nel male, la vita delle nostre società. Cambia invece significato se consideriamo l'affermazione dello Stato come tappa intermedia in una storia di più lunga durata. Segnata d'un lato dall'organizzazione di comunità umane sempre più estese e dall'altro dall'autonomia crescente degli individui. I sistemi totalitari, invenzione del '900, hanno rappresentato la forma estrema e più assoluta del potere dello Stato. Non a caso, la democrazia si è imposta come il regime più adatto per affrontare il nuovo cambio di scala che stiamo vivendo: la posta in gioco è l'elaborazione e l'accettazione di nuove regole di vita sociale. Percorso consigliato 1 - Analizza il primo articolo:
2 - Analizza il secondo articolo:
Individua i punti di contatto fra i due articoli Individua le argomentazioni diverse (non divergenti) dei 2 articoli Elabora un un saggio breve appropriandoti in modo coerente delle argomentazioni dei 2 articoli Esprimi il tuo punto di vista in merito ai problemi sollevati dai 2 articoli (necessità di regole per il sistema mondo) |