Saggio breve: La luna

 

Obiettivi:

§         comprendere il significato di un testo

§         utilizzare le conoscenze remote

§         collegare testi di autori diversi

§         applicare il modello analogia/differenza e passato/presente

§         individuare il punto di vista

Valutazione:

§         correttezza espressiva p. 2

§         analisi e sintesi p. 3

§         capacità di effettuare collegamenti pertinenti p. 3

§         svolgimento personale p. 2

Consegne:

§         4 ore di tempo

§         inserire un titolo

§         individuare il destinatario

 

Traccia:

 

Sintetizza il senso dei versi del Furioso assumendo come parole chiave "vanità" e "follia", individuando il meccanismo di rovesciamento di prospettiva e straniamento del meccanismo adottato dall'Ariosto. Collega poi la metafora del viaggio sulla Luna con il viaggio di Dante nell'al di là secondo il modello analogie/differenze. Infine, spiega come la Luna e la sua visione rispecchino concezioni del mondo antitetiche attualizzando il significato con considerazioni personali.

 

Siamo nel XXXIV canto (ottave. 70-83) del Furioso: Astolfo in groppa all'ippogrifo vola fin sulla cima del paradiso terrestre dove viene accolto in uno splendido palazzo da san Giovanni Evangelista, che gli spiega che è giunto fin lassù per riprendere il senno che Orlando aveva perso inseguendo il desiderio di possedere la bella pagana Angelica ( Dio l'aveva così punito facendolo uscire di testa). Italo Calvino nel suo racconto del Furioso a questo punto scrive:

"Nulla mai nell'universo va perduto. Le cose perse in terra, dove vanno a finire? Sulla Luna. Nelle sue bianche valli si ritrovano la fama che non resiste al tempo, le preghiere in malafede, le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo sprecato dai giocatori. Ed è là che, in ampolle sigillate, si conserva il senno di chi ha perduto il senno, in tutto o in parte.

"La Luna quella notte passava proprio vicino alla montagna. Astolfo e san Giovanni Evangelista, salendo sul carro d'Elia, vedono il corno lunare farsi enorme e la Terra, là in basso, impicciolire, diventare una pallina. Per distinguervi i continenti e gli oceani, Astolfo deve aguzzare le ciglia.

"Passando la sfera del fuoco senza bruciarsi, entrano nella sfera della Luna, d'acciaio immacolato. La Luna è un mondo grande come il nostro, mari compresi. Vi sono fiumi, laghi, pianure, città, castelli, come da noi; eppure altri  da quelli nostri. Terra e Luna, così come si scambiano dimensioni e immagine, così invertono le loro funzioni: vista di quassù, è la Terra che può essere detta il mondo della Luna; se la ragione degli uomini è quassù che si conserva, vuol dire che sulla terra non è rimasta che pazzia" (Orlando Furioso raccontato da Italo Calvino, Einaudi, pagg. 219-220).Leggiamo le ottave a cui si riferisce Calvino:

 

Tutta la sfera varcano del fuoco,

et indi* vanno al regno de la luna.          *da qui

veggon per la più parte esser quel loco

come un acciar* che non ha macchia  alcuna;          * come un acciaio

e lo trovano uguale, o minor poco

di ciò che in questo globo si raguna,*             * è raccolto

in questo ultimo* globo de la terra,          * il più lontano da Dio nel sistema tolemaico

mettendo* il mar che la circonda e serra**.            * comprendendosi               ** chiude

 

Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia:

che quel paese appresso* era era sì grande,             * visto da vicino

il quale a un picciol tondo rassomiglia

a noi che lo miriam da queste bande*;                 * da queste parti, dalla terra

e ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia,

s'indi la terra e 'mar ch'intorno spande

discerner vuol*; che non avendo luce,         *se vuole distinguere la terra e il mare  che si spande

l'imagin lor poco alta si conduce*.              * poiché non avendo la terra e il suo mare luce                  

 

Altri fiumi, altri laghi, altre campagne            propria, la loro immagine non giunge tanto in alto

sono là su, che non son qui tra noi;

altri piani, altre valli, altre montagne,

c'han le cittadi, hanno i castelli suoi*              *loro

con case de le quai mai le più magne

non vide il paladin prima né poi:

vi sono ample e solitarie selve,

ove le ninfe ognor* cacciano belve.                  *continuamente

 

Non stette il duca a ricercare* il tutto;              *esplorare

che là non era asceso a quello effetto*              *scopo.

da l'apostolo santo fu condutto

in un vallon fra due montagne istretto,

ove mirabilmente era ridutto*                *raccolto

ciò che si perde o per nostro difetto,

per colpa di tempo o di Fortuna:

ciò che si perde qui, là si raguna*                                    *si raccoglie

 

Non pur* di regni o di ricchezze parlo,                         *soltanto

in che la ruota instabile lavora;*   * sui quali l'instabile ruota della Fortuna opera

ma di quel ch'in poter di tor, di darlo

non ha Fortuna, intender voglio ancora*.      *ma voglio anche intendere di ciò che il caso non

Molta fama è la su, che, come tarlo,                 ha il potere di togliere o di dare

il tempo a lungo andar qua giù divora:

là su infiniti prieghi* e voti stanno,                   *preghiere

che da noi peccatori a Dio si fanno.

 

Le lacrime e i sospiri degli amanti,

l'inutil tempo che si perde a giuoco,

e l'ozio lungo di uomini ignoranti,

vani disegni che non han mai loco*,              *progetti che non si realizzano

i vani desideri sono tanti,

che la più parte ingombran di quel loco:

ciò che in somma qua giù perdesti mai*,                 *tutto ciò che perdesti sulla terra

là su salendo ritrovar potrai.

 

Passando il paladin per quelle biche*,                  *mucchi

or di questo or di quello chiede alla guida.

Vide un monte di tumide vesciche,

che dentro parea aver tumulti e grida;

e seppe ch'eran le corone antiche*                        *gli antichi regni

e degli Assirii e de la terra lida,

e de' Persi e de' Greci, che già furo

incliti*, et or n'è quasi il nome oscuro**.               *famosi         **dimenticato

 

Ami d'oro e d'argento appresso* vede                    *poco distante

in una massa,* ch'erano quei doni                         *aggrovigliati in una matassa

che si fan con speranza di mercede*                    *ricompensa

ai re, agli avari principi, ai patroni*                      *protettori.

Vede in ghirlande ascosi lacci*, e chiede,                *trappole nascoste in ghirlande

et ode che son tutte adulazioni.

Di cicale scoppiate imagine hanno

versi ch'in laude dei signori si fanno.*               *sembrano cicale scoppiate   .

 

Di nodi d'oro e di gemmati ceppi*                  *ceppi tempestati di pietre preziose

vede c'han forma i mal seguiti amori*.              * gli amori sfortunati

V'eran d'aquile artigli; e che fur, seppi,

l'autorità ch'ai suoi* danno i signori.                * ai dominati

I mantici ch'intorno han pieni i greppi*              * le balze

sono i fumi* dei principi e i favori              * i vani onori

che danno un tempo ai ganimedi suoi*,              * ai propri favoriti

che se ne van col fior degli anni poi.

 

Ruine di cittadi e di castella

stavan con gran tesor quivi sozzopra.

Domanda, e sa che son trattati, e quella

Congiura che sì mal par che si cuopra*.    *Astolfo domanda a san Giovanni e apprende che le

Vide serpi con faccia di donzella,               le rovine sono conseguenza dei trattati politici

di monetieri e di ladroni* l'opra:            *falsari e ladri

poi vide boccie rotte di più sorti,

ch'era il servir de le misere corti*              *servilismo cortigiano.

 

Di versate minestre una gran massa

Vede, e domanda al suo dottor ch'importe.*                     *cosa ciò comporti

L'elemosina è (dice) che si lassa

alcun, che fatta sia dopo la morte.

Di varii fiori ad un gran monte passa,

ch'ebbe già buono odore, or putia* forte.                             *puzzava

Questo era il dono (se però dir lece)

che Costantino al buon Silvestro fece.

 

Vide gran copia di panie con visco,*                       *bastoni invischiati per catturare  uccelli

ch'erano, o donne, le bellezze vostre.

Lungo sarà, se tutte in verso ordisco

le cose che gli fur quivi dimostre;

che dopo mille e mille io non finisco,

e vi son tutte l'occurrenzie nostre:*                              * casi umani

sol la pazzia non v'è poca né assai;*                    * non ve n'è affatto: sta tutta sulla terra

che sta qua giù, né se ne parte mai.

 

Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,

ch'egli già avea perduti, si converse*;                      * si rivolse

che se non era interprete* con lui,                          *guida

non discernea le forme lor diverse*                *non distingueva le loro forme mutate

Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,

che mai per esso a Dio voti non ferse*;           * che a noi sembra di possedere in tale quantità

io dico il senno: e n'era quivi un monte,              che per esso non si fecero mai voti a Dio

solo assai più che l'altre cose conte.*                 *raccontate

 

Era come un liquor suttile e molle*,                  * poco consistente

atto a esalar*, se non si tien ben chiuso;             * volatile

e si vedea raccolto in varie ampolle,

qual più, qual men capace, atte* a quell'uso.       *adatte

Quella è maggior di tutte, in che *del folle          *nel quale

signor d'Anglante *era il gran senno infuso;         *Orlando

e fu da l'altre conosciuta, quando*                  *dal momento che

avea scritto di fuor: "Senno d'Orlando".

 

La Luna dell'Ariosto è di acciaio e senza macchia: uno specchio della terra che offre però immagini rovesciate; è l'esatto complemento della terra dal momento che sulla luna si trova tutto ciò che sulla terra si è perso o per errore, o per colpa del tempo o della fortuna.

Le analogie/differenze del rapporto che poeti e scienziati hanno avuto con la luna, è il tema del  resoconto di Galileo che proprio scrutando la luna sovverte il paradigma aristotelico-tolemaico fondato sulla rigida distinzione tra cielo e terra. Dirà Calvino: "E' la prima volta che la Luna diventa per gli uomini un oggetto reale, che viene descritta minutamente come cosa tangibile".

Infatti nel 1609 Galileo punta il suo cannocchiale sulla Luna e anche lui vede che la Terra e la Luna non sono poi così diverse come i grandi filosofi (Aristotele e Tommaso d'Aquino) avevano sempre sostenuto. All'improvviso, la configurazione del paesaggio lunare, scabro, ineguale, con rilievi e avvallamenti, dimostrò che non esisteva alcuna differenza sostanziale tra la terra e gli altri corpi celesti, nel senso che anche questi sono esposti alla corruzione e alla contingenza del fenomenico:

"…. dalle più volte  ripetute ispezioni …siamo giunti alla convinzione che la superficie della luna non è affatto liscia, uniforme e di sfericità esattissima, come di essa Luna e degli altri corpi celesti una numerosa schiera di filosofi ha ritenuto, ma al contrario, disuguale e scabra, ripiena di cavità e di sporgenze, non altrimenti che la faccia stessa della Terra, la quale si differenzia qua per catene di monti, là per profondità di valli". (Sidereus Nuncius, Marsilio, pag. 91).

 

Da tempi antichissimi (Aristotele) si riteneva che il cielo fosse inalterabile e perenne, incorruttibile perché costituito di etere, un'essenza solida, cristallina, trasparente, del tutto diversa dalla Terra, sede di ogni metamorfosi, della nascita e della morte, della formazione e della distruzione.

Nel II canto del Paradiso (vv. 31-36), nell'ascesa verso l'Empireo, Dante e Beatrice (nel Paradiso non è più Virgilio la guida di Dante) arrivano alla sfera della Luna e si trovano come immersi in una nube "lucida spessa solida e pulita", simile a un diamante percosso dai raggi solari. La preziosa e incorruttibile gemma ("etterna margarita") accoglie Dante come un raggio luminoso penetra in una massa d'acqua senza disgregarla:

 

Parev'a me che nube ne coprisse

lucida, spessa, solida e pulita,

quasi adamante che lo sol ferisse.

Per entro sé l'etterna margarita

ne ricevette, com'acqua recepe

raggio di luce permanendo unita.

 

Percorso consigliato: