Il
pellegrino Dante e Virgilio si trovano su una spiaggia deserta nell’isola dove
sorge la montagna del Purgatorio. L’atmosfera è di silenzio assoluto: l’attesa di qualcosa di inaudito, l’apparire di una
visione e successivamente lo stupore
e la meraviglia. Nulla si muove, tranne il “tremolar
de la marina”. Dante e Virgilio sono di spalle, davanti a loro il vasto
mare che è delimitato dalla linea curva dell’orizzonte. Le due sagome
differiscono perché Dante proietta sulla rena l’ombra del suo corpo, mentre
Virgilio, essendo ombra, non proietta ombra alcuna.
Sta per
spuntare il sole e il cielo cambia - dal livore bianco dell’alba, al rosso
dell’aurora, al giallo aranciato.
Velocissimo,
da ponente, appare un punto luminoso che vola sulla superficie del mare (“un lume per lo mar venir sì ratto”).
Dante si volta verso Virgilio – una tacita domanda di spiegazione - e poi
ritorna a fissare la luce che, aumentata di intensità, dilaga sul mare (“più lucente e maggior fatto”),
circondata da un alone bianco che progressivamente si definisce: le due masse
bianche sono delle ali e a poco a poco compare anche la veste candida del
misterioso personaggio. Virgilio riconosce nella luminosa apparizione l’angelo
nocchiero (“il galeotto”) del
Purgatorio.
Tutta la
scena è velocissima: ha il ritmo di una sequenza cinematografica e questa rapidità va resa.
Come pure
l’atmosfera. Dante ha in mente il paesaggio italiano, i suoi colori. Questo è
bene tenerlo presente nell’ipotesi di un’ambientazione realistica. I due
pellegrini sono emersi dal tunnel che li ha fatti sortire dall’incubo
dell’inferno, dall’aer fosco e perso, dall’aer sanza tempo tinta, e sono
sbucati nella dolcezza della primavera italiana.
Ma Dante,
il poeta Dante, fa rievocare al personaggio Dante/pellegrino la visione di un
mondo ultraterreno. Quello che emerge è il ricordo
straordinario e unico di un’esperienza personalissima e al limite dell’ineffabile. A mio avviso quest’aura di
mistero, di miracolo va resa, come pure lo stupore attonito e la meraviglia
commossa. L’emozione fortissima della visione rievocata rischia di perdere
intensità e concentrazione se venisse tradotta in modo verosimile. Quindi
attenzione alla scelta dei colori. E’ vero che nell’immaginario nostro la rena
della spiaggia è dorata, il mare blu e il cielo rosa prima dello spuntar del
sole. Come pure l’iconografia rappresenta solitamente l’angelo con i boccoli
biondi, i lineamenti fini, le ali piumeggianti e la morbida veste candida. Ma
coniugare rosa, blu, azzurro, giallo induce un effetto manierato e zuccheroso
che malissimo renderebbe la potenza della visione.
Pertanto forse meglio sarebbe una scelta di colori
meno convenzionale. Per esempio il passaggio velocissimo dall’alba al sorgere
del sole potrebbe essere reso con un grigio perlaceo che si tinge
progressivamente di rosso e poi di arancio. Il colore del mare passa da un
grigio ferro a un blu carico al violetto. La spiaggia sfuma nelle progressive
gradazioni del beige – dal più scuro al più chiaro. Le sagome dei due
pellegrini da nere, sempre in controluce, assumono colorazione viola.
La
rappresentazione dell’angelo andrebbe affidata agli effetti speciali perché sia ben ravvisabile nonostante una certa
stilizzazione. Un punto luminoso che avanza velocissimo proiettando una lama di
luce sulla superficie del mare e progressivamente si allarga facendo
intravedere i lineamenti di un volto. Il candore delle ali e della veste viene
delineato come masse bianche astratte. La rapidità della ripresa probabilmente
induce questo effetto. Quando la sagoma è delineata per rendere l’idea
dell’apparizione improvvisa potrebbe “esplodere” in primo piano occupando tutto
lo schermo e poi ritornare al “campo lungo”. Anche il mare, quando
l’apparizione si definisce, cambia colore: diventa bianco. D’altro canto per
rendere la luminosità, una strada
possibile è esplorare le infinite tonalità del bianco e differenziarle.
Quanto
alle connotazioni realistiche dei due personaggi – Dante e Virgilio – queste
sono state ampiamente illustrate nel corso del tempo come pure il rispettivo
abbigliamento a seconda dell’epoca e della sensibilità del
pittore/illustratore. Di Dante conserviamo un’unica immagine di un suo grande
contemporaneo, Giotto. Ce lo descrive con un volto affilato, naso stretto e
curvo, occhi infossati. Il Boccaccio, scrivendo a pochi anni di distanza dalla
morte di Dante, riferisce che il poeta era di mediocre statura, volto lungo e
naso aquilino, mascelle grandi e il labbro di sotto proteso. Di questi dettagli
l’unico forse dal conservare è il profilo dal naso aquilino. Quando Dante nei
versi in questione si rivolge tacito al suo maestro il profilo curvo e aquilino
del naso andrebbe riprodotto.
Quello che
si vuole sottolineare è la rarefazione di un’atmosfera che non è di questo
mondo – lo spazio ultraterreno, come
pure il tempo ultraterreno, affidati
a una rappresentazione realista verrebbero banalizzati e la forza potente
dell’apparire della visione perderebbe vigore, efficacia.
L’assenza
totale di suono dovrebbe creare un’atmosfera di attesa, di sospensione; mentre
l’apparizione completa dell’angelo potrebbe essere accompagnata da un tocco di
gong forte.
Da ultimo,
ed è il punto che mi lascia più perplessa perché potrebbe ingenerare equivoci,
è come rendere visivamente il procedimento con cui Dante dice di trascrivere il
suo poema: il poeta Dante rievoca a mente, con la memoria, il ricordo di un viaggio molto particolare – un viaggio
mistico che gli ha permesso esperienze sovraumane. Anche in questo passo egli
trascrive in poesia qualcosa che Qualcun altro gli detta. E’ il racconto di un
miracolo e la poesia rende la visionarietà
dell’apparizione angelica. Solitamente la tecnica cinematografica che viene
impiegata per rendere un’atmosfera onirica, sognante, è quella del flash back.
Applicata al nostro caso implicherebbe un’esplosione di luce iniziale e poi la
macchina da presa che abbandona il primo piano e percorre a ritroso il tratto
velocissimo che l’angelo compie sul mare. A mio avviso risulterebbe incomprensibile
la dinamica dell’apparizione. Forse si potrebbe partire da un’esplosione
iniziale di luce, poi buio e successivamente le sequenze delineate
precedentemente: aurora, spiaggia deserta con i due pellegrini; punto luminoso
da ponente che progressivamente avanza sul mare; impercettibile movimento di
Dante verso Virgilio; apparizione delle ali dell’angelo e poi della veste e
della figura completa.
La difficoltà di rendere
cinematograficamente delle terzine della Commedia – anche se in qualche modo
siamo autorizzati dal Sapegno che usa esplicitamente il termine
“cinematografico” nell’introduzione al II canto del Purgatorio, nell’edizione
della Commedia della Nuova Italia – consiste nel rischio di misurarsi con un
testo in qualche misura sacro, cioè intoccabile. Certo ne furono consapevoli i
poeti che vennero dopo Dante che, salvo rarissimi casi, si astennero dal
tentativo di riprodurre la terzina dantesca. Siamo presuntuosi? Forse. E’ pur
vero che la poesia, quella grande, e nel caso nostro di poesia altissima si
tratta, suscita immagini: le evoca spontaneamente. Diversamente non si
capirebbe perché sul testo dantesco si siano cimentati tanti pittori e
illustratori
Poi c’è un’altra ragione. Il
nostro signor ministro della pubblica istruzione ci dice che dobbiamo allenare
a forme di scrittura diverse dal vecchio tema … per esempio la sceneggiatura. E
così noi, senza sapere bene che cosa intenda il nostro chiarissimo e
illustrissimo signor ministro, cogliamo l’invito da modesti e discreti fruitori
di cinema – e l’immagine filmica certo si presta a una sceneggiatura – e con
estrema riluttanza e con tanta vergogna osiamo l’inosabile: mettere mano a un
testo di Dante e tradurlo in sequenze ed effetti speciali.
Solo perché sono certa che Lui si
compiacerà di essere ancora così vivo ed emozionante, così potentemente
evocativo, non desisto dalla prova. Lui sapeva di scrivere per il futuro e che
sarebbe sempre vissuto. Speriamo di averlo rivissuto bene …