Articolo di giornale:Sceneggiaura vv 13-28 del II canto del Purgatorio

Il pellegrino Dante e Virgilio si trovano su una spiaggia deserta nell’isola dove sorge la montagna del Purgatorio. L’atmosfera è di silenzio assoluto: l’attesa di qualcosa di inaudito, l’apparire di una visione e successivamente lo stupore e la meraviglia. Nulla si muove, tranne il “tremolar de la marina”. Dante e Virgilio sono di spalle, davanti a loro il vasto mare che è delimitato dalla linea curva dell’orizzonte. Le due sagome differiscono perché Dante proietta sulla rena l’ombra del suo corpo, mentre Virgilio, essendo ombra, non proietta ombra alcuna.

Sta per spuntare il sole e il cielo cambia - dal livore bianco dell’alba, al rosso dell’aurora, al giallo aranciato.

Velocissimo, da ponente, appare un punto luminoso che vola sulla superficie del mare (“un lume per lo mar venir sì ratto”). Dante si volta verso Virgilio – una tacita domanda di spiegazione - e poi ritorna a fissare la luce che, aumentata di intensità, dilaga sul mare (“più lucente e maggior fatto”), circondata da un alone bianco che progressivamente si definisce: le due masse bianche sono delle ali e a poco a poco compare anche la veste candida del misterioso personaggio. Virgilio riconosce nella luminosa apparizione l’angelo nocchiero (“il galeotto”) del Purgatorio.

 

Tutta la scena è velocissima: ha il ritmo di una sequenza cinematografica e questa rapidità va resa.

Come pure l’atmosfera. Dante ha in mente il paesaggio italiano, i suoi colori. Questo è bene tenerlo presente nell’ipotesi di un’ambientazione realistica. I due pellegrini sono emersi dal tunnel che li ha fatti sortire dall’incubo dell’inferno, dall’aer fosco e perso, dall’aer sanza tempo tinta, e sono sbucati nella dolcezza della primavera italiana.

Ma Dante, il poeta Dante, fa rievocare al personaggio Dante/pellegrino la visione di un mondo ultraterreno. Quello che emerge è il ricordo straordinario e unico di un’esperienza personalissima e al limite dell’ineffabile. A mio avviso quest’aura di mistero, di miracolo va resa, come pure lo stupore attonito e la meraviglia commossa. L’emozione fortissima della visione rievocata rischia di perdere intensità e concentrazione se venisse tradotta in modo verosimile. Quindi attenzione alla scelta dei colori. E’ vero che nell’immaginario nostro la rena della spiaggia è dorata, il mare blu e il cielo rosa prima dello spuntar del sole. Come pure l’iconografia rappresenta solitamente l’angelo con i boccoli biondi, i lineamenti fini, le ali piumeggianti e la morbida veste candida. Ma coniugare rosa, blu, azzurro, giallo induce un effetto manierato e zuccheroso che malissimo renderebbe la potenza della visione.

Pertanto forse meglio sarebbe una scelta di colori meno convenzionale. Per esempio il passaggio velocissimo dall’alba al sorgere del sole potrebbe essere reso con un grigio perlaceo che si tinge progressivamente di rosso e poi di arancio. Il colore del mare passa da un grigio ferro a un blu carico al violetto. La spiaggia sfuma nelle progressive gradazioni del beige – dal più scuro al più chiaro. Le sagome dei due pellegrini da nere, sempre in controluce, assumono colorazione viola.

La rappresentazione dell’angelo andrebbe affidata agli effetti speciali perché sia ben ravvisabile nonostante una certa stilizzazione. Un punto luminoso che avanza velocissimo proiettando una lama di luce sulla superficie del mare e progressivamente si allarga facendo intravedere i lineamenti di un volto. Il candore delle ali e della veste viene delineato come masse bianche astratte. La rapidità della ripresa probabilmente induce questo effetto. Quando la sagoma è delineata per rendere l’idea dell’apparizione improvvisa potrebbe “esplodere” in primo piano occupando tutto lo schermo e poi ritornare al “campo lungo”. Anche il mare, quando l’apparizione si definisce, cambia colore: diventa bianco. D’altro canto per rendere la luminosità, una strada possibile è esplorare le infinite tonalità del bianco e differenziarle.

Quanto alle connotazioni realistiche dei due personaggi – Dante e Virgilio – queste sono state ampiamente illustrate nel corso del tempo come pure il rispettivo abbigliamento a seconda dell’epoca e della sensibilità del pittore/illustratore. Di Dante conserviamo un’unica immagine di un suo grande contemporaneo, Giotto. Ce lo descrive con un volto affilato, naso stretto e curvo, occhi infossati. Il Boccaccio, scrivendo a pochi anni di distanza dalla morte di Dante, riferisce che il poeta era di mediocre statura, volto lungo e naso aquilino, mascelle grandi e il labbro di sotto proteso. Di questi dettagli l’unico forse dal conservare è il profilo dal naso aquilino. Quando Dante nei versi in questione si rivolge tacito al suo maestro il profilo curvo e aquilino del naso andrebbe riprodotto.

Quello che si vuole sottolineare è la rarefazione di un’atmosfera che non è di questo mondo – lo spazio ultraterreno, come pure il tempo ultraterreno, affidati a una rappresentazione realista verrebbero banalizzati e la forza potente dell’apparire della visione perderebbe vigore, efficacia.

L’assenza totale di suono dovrebbe creare un’atmosfera di attesa, di sospensione; mentre l’apparizione completa dell’angelo potrebbe essere accompagnata da un tocco di gong forte.

Da ultimo, ed è il punto che mi lascia più perplessa perché potrebbe ingenerare equivoci, è come rendere visivamente il procedimento con cui Dante dice di trascrivere il suo poema: il poeta Dante rievoca a mente, con la memoria, il ricordo di un viaggio molto particolare – un viaggio mistico che gli ha permesso esperienze sovraumane. Anche in questo passo egli trascrive in poesia qualcosa che Qualcun altro gli detta. E’ il racconto di un miracolo e la poesia rende la visionarietà dell’apparizione angelica. Solitamente la tecnica cinematografica che viene impiegata per rendere un’atmosfera onirica, sognante, è quella del flash back. Applicata al nostro caso implicherebbe un’esplosione di luce iniziale e poi la macchina da presa che abbandona il primo piano e percorre a ritroso il tratto velocissimo che l’angelo compie sul mare. A mio avviso risulterebbe incomprensibile la dinamica dell’apparizione. Forse si potrebbe partire da un’esplosione iniziale di luce, poi buio e successivamente le sequenze delineate precedentemente: aurora, spiaggia deserta con i due pellegrini; punto luminoso da ponente che progressivamente avanza sul mare; impercettibile movimento di Dante verso Virgilio; apparizione delle ali dell’angelo e poi della veste e della figura completa.

 

La difficoltà di rendere cinematograficamente delle terzine della Commedia – anche se in qualche modo siamo autorizzati dal Sapegno che usa esplicitamente il termine “cinematografico” nell’introduzione al II canto del Purgatorio, nell’edizione della Commedia della Nuova Italia – consiste nel rischio di misurarsi con un testo in qualche misura sacro, cioè intoccabile. Certo ne furono consapevoli i poeti che vennero dopo Dante che, salvo rarissimi casi, si astennero dal tentativo di riprodurre la terzina dantesca. Siamo presuntuosi? Forse. E’ pur vero che la poesia, quella grande, e nel caso nostro di poesia altissima si tratta, suscita immagini: le evoca spontaneamente. Diversamente non si capirebbe perché sul testo dantesco si siano cimentati tanti pittori e illustratori

Poi c’è un’altra ragione. Il nostro signor ministro della pubblica istruzione ci dice che dobbiamo allenare a forme di scrittura diverse dal vecchio tema … per esempio la sceneggiatura. E così noi, senza sapere bene che cosa intenda il nostro chiarissimo e illustrissimo signor ministro, cogliamo l’invito da modesti e discreti fruitori di cinema – e l’immagine filmica certo si presta a una sceneggiatura – e con estrema riluttanza e con tanta vergogna osiamo l’inosabile: mettere mano a un testo di Dante e tradurlo in sequenze ed effetti speciali.

Solo perché sono certa che Lui si compiacerà di essere ancora così vivo ed emozionante, così potentemente evocativo, non desisto dalla prova. Lui sapeva di scrivere per il futuro e che sarebbe sempre vissuto. Speriamo di averlo rivissuto bene …