Analisi. Polemica
antichi/moderni: Guerre in biblioteca di G. Steiner (Il Sole-24 Ore
9/06/02)
Obiettivi:
Valutazione:
Spazio:
4 colonne di foglio protocollo
diviso a metà
Tempo:
4 ore
Traccia:
La disputa su classici/moderni è
una guerra che, nei momenti di passaggio da una civiltà a un'altra, decide le
sorti di una cultura e di un canone. Si devono salvare gli autori antichi? Si
possono introdurre nel canone Melville, Joyce, Faulkner, Garcia Marquez accanto
a Omero, Sofocle e Virgilio? La storia della cultura è fatta di ri-nascimenti e
neo-classicismi, o di rivoluzioni radicali? Il tema non può non appassionare
noi - all'alba di un millennio nel quale il potere e le istituzioni decidono il
destino dell'antico nella scuola - così come interessava Swift, coinvolgeva più
tardi classicisti e romantici, e ora appassiona Steiner. Analizzate i termini
del problema che Steiner imposta nel brano prodotto.
Nel 1704 lo scrittore inglese
Jonathan Swift ( tra le sue opere I viaggi di Gulliver) scrisse un
libello, The battle of the Books, che riprendeva sul suolo britannico la
Querelle des anciens et des modernes che aveva infuriato in Francia
dalla fine del secolo precedente. In occasione dell'uscita italiana del
surreale raccontino di Swift sulla querelle degli antichi e dei moderni
il comparatista Gorge Steiner ne scrive la prefazione di cui viene riprodotto
uno stralcio. Entriamo dunque con Swift, accompagnati da Steiner, nella
Biblioteca Reale e assistiamo all'inizio della battaglia: Omero, Pindaro
Euclide, Aristotele e Platone comandano le truppe degli antichi; Milton,
Cartesio, Hobbes, Duns Scoto, appoggiati dalla maligna divinità della Critica,
i moderni; i poeti sono trasformati in plotoni della cavalleria leggera, gli
opliti sono reclutati fra gli storici, i traduttori sono indispensabili ma
servili mercenari. Swift inventa una surreale miniaturizzazione delle scene:
palazzi rimpiccioliti come case di bambole, "fiumi d'inchiostro"
scorrono come lo Scamandro attraverso gli omerici campi di battaglia e il
"turbinio di penne d'oca" rappresentano le vere e proprie penne degli
scrittori e le frecce volanti dei guerrieri (Aristotele lancia una freccia
contro Bacone ma colpisce Cartesio, Virgilio si scontra con il suo traduttore
inglese che ha un elmo nove volte più grande del suo capo); dovunque, ridotte
in miniatura, le "macchine" che provocano devastazioni assurde e
crudeli, sproporzionate rispetto alle loro reali dimensioni. Questa, in
sintesi, la trama del libello di Swift che Steiner introduce così:
"Il dibattito intorno al
primato della classicità sulla modernità risale al Medioevo ed è inerente alla
condizione dell'Europa emersa dalla Latinità e agli espliciti richiami del
Rinascimento alle proprie fonti antiche, ai propri modelli e ideali.. L'epica
rinascimentale, la tragedia neoclassica, alcune forme liriche quali le odi e la
satira, dichiaravano apertamente i loro debiti nei riguardi dei precedenti
greci e latini. Era del tutto lecito ammettere che le letterature in volgare,
in quanto scaturite dalla decadenza della communitas ellenistico-romana,
fossero da considerarsi appendici di Omero e Virgilio, di Seneca e dei tragici
greci, di Pindaro, Orazio e Giovenale. Esistevano, tuttavia, delle eccezioni
che aprivano una sfida: in particolare il volgare toscano, che Dante elesse a
linguaggio della Commedia, o il vernacolo a cui si rivolsero Milton e Marino.
Fu il XVII secolo ad acuire i
termini della questione. La polemica fra antichi e moderni acquistò nuova
veemenza grazie a tre movimenti di carattere spirituale. Il primo fu il
trionfale dispiegamento delle scienze post-galileiane e post-cartesiane. Se la
'natura' parlava davvero il linguaggio della 'matematica', come sosteneva
Galileo, quell'idioma, per quanto radicato nel genio di Euclide o di Archimede,
era de facto in evoluzione, cioè radicalmente progredito rispetto alle più
lungimiranti prefigurazioni dell'antichità classica …Con i Principia di
Newton, e il conseguente sviluppo leibniziano del calcolo, si affermò
nell'intera Europa letteraria il principio evolutivo della conoscenza umana,
soggetta a rivoluzioni copernicane.
Tuttavia, occorre cautela. Il
concetto di "progresso è tutt'altro che privo di complicazioni. Possiamo
sul serio applicarlo alla rivelazione teologica, al discorso filosofico, agli
argomenti morali e, sia pure con maggiore perplessità, all'estetica? Che senso
ha invocare un progresso al di là dell'Iliade, dell'Edipo di Sofocle o delle
odi di Orazio? …
Il secondo grande impulso alla
rivalutazione della disputa venne dalla graduale eclissi del latino come medium
linguistico dominante negli scambi culturali e civili…Con il consolidamento
della monarchia francese e l'affermazione di Parigi come capitale della
retorica e dell'eleganza, la Francia di Cartesio e Pascal, di Bossuet e di
Montesquieu assurse a misura dell'eccellenza letteraria europea.
A tale sfida si accompagnò quel
complesso di sensibilità e vis polemica che sarebbe culminato in ciò che
siamo soliti chiamare Illuminismo. Stando alla famosa definizione di Kant, lo
spirito dell'Illuminismo consisteva nel dubbio intellettuale, nel rifiuto
dell'autorità arbitraria. L'essenza perenne dell'auctoritas,
sopravvissuta nei secoli, aveva garantito ai classici una singolare forma di
sovranità. Era la solenne sanzione del tempo, non soltanto il genio intrinseco
di Omero o di Ovidio, a rendere le loro opere esemplari e ideali. Nel
confronto, tutto ciò che era stato scritto in seguito era parso effimero e
transitorio. Ma adesso, con l'affermazione della lingua francese e, più
problematicamente, con il riconoscimento di "classici" internazionali
della portata di Shakespeare e Cervantes, quella disparità non appariva più di
tanto scontata. Anche la Modernità era in grado di produrre i suoi capolavori
duraturi e i suoi aspiranti alle somme cime del Parnaso. La corona d'alloro era
passata da Virgilio a Dante, da Dante a Tasso, da Aristofane a Molière. La
Fontane era meno 'classico' di Esopo?"