Risposte a La Ciociara di Alberto Moravia

 

 

 

1. Pubblicato nel 1957, il romanzo La ciociara nasce dall'esperienza di Moravia nel periodo trascorso a Fondi, in Ciociaria, con la moglie Elsa Morante, durante i nove mesi dell'occupazione tedesca, tra il settembre 1943 e il maggio 1944. Il romanzo è una cronaca della guerra, un libro sugli orrori della guerra.

E' la storia di Cesira, contadina della Ciociaria, trasferitasi a Roma dopo aver sposato un pizzicagnolo. Rimasta vedova, la donna continua a dedicarsi alla conduzione del negozio di alimentari e all'educazione della figlia Rosetta. Ma la guerra incombe e Cesira è costretta ad abbandonare la capitale con la figlia. Fuggono sulle montagne della Ciociaria, verso Fondi, e qui affrontano la tragedia della guerra e le miserie umane e materiali. Conoscono però Michele, studente, figlio di un negoziante,, eroe marxista che si sacrifica per tutti facendosi portare via dai tedeschi in ritirata. Spinte dalla situazione sempre più drammatica, madre e figlia abbandonano il rifugio di montagna. E a questo punto la storia precipita: le due protagoniste del romanzo vivranno in prima persona l'atrocità della guerra, il decadimento dei rapporti umani, il dramma dell'indifferenza. Il titolo più appropriato del romanzo sarebbe "Lo stupro".

 

2. La forza di questo romanzo, forte già nella lingua, che ripropone locuzioni d'impronta gergale - il parlato di Trastevere e del basso Lazio - sta nel fatto che Moravia rivive e fa rivivere le esperienze accumulate nei nove mesi trascorsi con la moglie Elsa Morante nell'entroterra di Fondi, dove era sfollato abbandonata Roma dopo l'8 settembre 1943, e successivamente a Sant'Agata, un villaggio inerpicato sulle montagne della Ciociaria. Qui, mescolati ai contadini, i Moravia incontrarono gli altri sfollati, con cui condivisero ogni genere di difficoltà materiali e dovettero fare i conti con i pericoli della guerra e con l'impassibilità di una natura ritrovata in tutta la sua antica durezza. Questo mondo e queste circostanze torneranno, solo in parte travestite dalla fantasia, a far da scenario, a fornire lo sfondo al romanzo.

I temi suggeriti dall'emergenza storica - il fascismo nella Roma popolare degli anni Trenta, la guerra vissuta da lontano e poi a ridosso del fronte, la disfatta e l'incontro con gli eserciti occupanti - costruiscono la cornice in cui vengono inserite le vicissitudini crude, o addirittura estreme, delle due protagoniste, Cesira e la figlia Rosetta.

Cesira, bella dentro e furoi, nella sua schiettezza e aggressività di contadina inurbata, si presenta già nell'incipit gettandoci in faccia le parole di una canzone popolare, piena di doppi sensi: "Quando la ciociara si marita / a chi tocca lo spago a chi la ciocia".  La voce di Cesira, spavalda e squillante, porta con sé l'impressione di un amore per la vita senza incrinature, più forte di tutto. Un amore che il romanzo propone come unico valore certo e positivo nel buio della storia. Cesira impreca, conosce l'amarezza e il pessimismo più nero ma poi finisce col guardare avanti. Forse senza ottimismo ma con quell'irragionevole slancio che consente di superare anche a proprio dispetto, sbuffando e imprecando, i contrattempi, le avversità, gli ostacoli più insidiosi.

La popolaresca fame di esistere di Cesira è uguale e contraria a quel male di vivere borghese che rodeva i personaggi degli Indifferenti. Cesira, andata sposa a un tal Vincenzo, bottegaio soffio nell'aspetto e meschino nei sentimenti, vende pane e pasta in un negozietto di Trastevere. Faccia tonda, carni sode, grandi occhi neri e folti capelli corvini, la bella ciociara sorride al mondo con le sue labbra rosse come il corallo e la sua smagliante dentatura …ma "guardatemi e non toccatemi". E gli uomini, ovvio, le ronzano intorno; ma lei con spavaldo orgoglio contadinesco si mantiene fedele al marito, nonostante sia un uomo "chiuso, bilioso e sgarbato" che non esita a metterle le corna ogni volta che può.

Questa esistenza consumata fra bucati e fornelli non lascia spazio alla consapevolezza politica: il fascismo la scia indifferente: "Di Mussolini, del resto, non mi era mai importato nulla, mi era antipatico con quegli occhiacci e quella bocca prepotente che non stava mai zitta e ho sempre pensato che le cose gli incominciarono ad andar male dal giorno che si mise con la Setacci, perché, si sa, l'amore fa perdere la testa agli uomini anziani e Mussolini era ormai nonno …"

Questa immaturità politica non è solo di Cesira, riguarda anche moltissimi italiani e in questo senso il romanzo diventa anche un documento sulla mentalità corrente di quegli anni.

Vincenzo, il marito di Cesira, è un personaggio di comodo e si leverà ditorno già dalle prime pagine, finendo sottoterra dopo aver reso la protagonista madre di una bambina. Si chiamerà Rosetta, crescerà bionda e graziosa. Per sua sfortuna, però, si farà ragazza da marito proprio all'approssimarsi degli ultimi, più pericolosi anni di guerra. Tanto che il tema dello stupro incomincia a insinuarsi per cupi accenni già nelle primissime pagine. Sarà proprio la madre a descriverla nuda in una pagina che, alla luce di quanto accadrà, da una parte mette i brividi e dall'altra prova l'abilità di Moravia nel costruire l'architettura del romanzo.

Nella Ciociara si parla molto anche di cibo. La guerra, vista come causa scatenante di regressione in una società dove tornano a primeggiare gli istinti, provoca con la carenza di cibo una fame dove si nasconde qualcosa di cieco, di irrefrenabile. L'appetito dei sensi, il buio della ragione: tutto si salda e concorre a preparare il finale. La visione dell'esistenza è forte e risentita: le pagine dedicate allo stupro di Rosetta da parte di una pattuglia di soldati marocchini fa da contraltare alle speranze portate dalla Liberazione appena avvenuta.

Vince il male, vince ma non definitivamente la sofferenza: in fondo alla strada si intravede una possibile riconciliazione con la vita.

 

(Dalla prefazione di Antonio Debenedetti, RCS 2002)