La cena di Trimalcione

Tra un'avventura e l'altra, Encolpio, Eumolpo e Gitone vengono invitati ad una cena in casa del ricchissimo liberto Trimalcione. Al loro arrivo il padrone di casa sta giocando a palla. Durante il bagno di costui i tre amici entrano nella sua casa, di un lusso sfrenato e di indescrivibile cattivo gusto, dove miriadi di servi azzimati ed entusiasti 'cantano come un coro pantomimico'. Quando ormai sono tutti a tavola, entra Trimalcione ed ha inizio la cena. Questa è costituita da un'interminabile serie di portate, una più stravagante dell'altra, presentate con una coreografia stucchevolmente teatrale e bizzarra oltre ogni dire. 'En passant' Trimalcione fa sfoggio delle sue qualità di 'parvenu' della cultura, ad esempio sputando sentenze sulle caratteristiche dei vari segni zodiacali.

 

 

 

 

 

 

 

Poi annuncia a tutti i commensali che deve congedarsi per andare al gabinetto (al suo ritorno giustificherà la lunga assenza con un attacco di diarrea flatulenta, sulle cui modalità intratterrà dettagliatamente i convitati). Rimasti soli, tutti i commensali (tutti liberti come Trimalcione, a parte poche eccezioni) imbastiscono una terribile conversazione a base di luoghi comuni, che Encolpio ed Ascilto, raffinati scolastici sopportano con malcelato strazio.

Al suo ritorno, Trimalcione riprende a fare sfoggio di cultura e raffinatezza, mentre si alternano portate sempre più bislacche ed intrattenimenti di vario genere. Ad un certo punto Ascilto, non riuscendo più a trattenersi, scoppia a ridere, ma viene duramente rimbeccato da uno degli ospiti, con l'argomento che - in buona sostanza - la cultura non fa soldi.

Esortati da Trimalcione, instancabile animatore della festa, alcuni commensali raccontano delle storie. Dopo un'altra serie di bizzarrie e lepide spiritosaggini, Trimalcione annuncia solennemente che, dopo la sua morte, farà liberare tutti i suoi servi, e per provare la veridicità di quanto afferma, dà lettura del suo testamento. Tutti scoppiano in lacrime. Per consolarli, Trimalcione propone loro un bel bagno caldo. A questo punto Encolpio, Ascilto e Gitone, francamente nauseati, cercano di scappare, ma inutilmente. Si entra anzi in un'altra sala da pranzo, dove, fra l'altro, ha luogo un violento litigio fra Trimalcione e sua moglie Fortunata (di cui fino a questo momento egli ha detto ogni bene), per un bacio dato da lui ad un grazioso servetto.

Trimalcione pronuncia quindi un panegirico di se stesso, alla fine del quale, fattisi portare gli abiti da morto, organizza seduta stante un'anteprima del suo funerale. Nel corso del compianto funebre un servo lancia urla così strazianti che i vigili del fuoco accorrono, facendo irruzione in casa ed inondandola d'acqua. Per Encolpio, Ascilto e Gitone è l'occasione propizia per svignarsela.

Encolpio, Eumolpo e Gitone mostrano di avere una concezione della letteratura, della cultura e dell’arte puramente tecnicistica, sicché essi si sentono depositari di un sapere specialistico che li distingue dal volgo degli indotti. Di costoro Encolpio, Eumolpo e Gitone canzonano la rozzezza e la volgarità, senza accorgersi però che essi in fondo sono fatti della stessa lega, in quanto, al di là delle problematiche culturali, hanno in comune con gli incolti la brama del possesso materiale e del piacere sensuale.

L'unica volta che il problema della cultura sembra collegarsi con la moralità del vivere è quando il docente di retorica Agamennone fa derivare la decadenza dell'oratoria dall'ambizione malsana dei genitori e dalla corruzione della società. Ma poi si vede lo stesso docente prendere parte alla cena di Trimalcione, ed applaudire alle sue buffonerie, in tutto uguale al parassita delle commedie. Dal che si può capire come le lamentele sulla corruzione dei costumi facciano parte di quei luoghi comuni che erano abitualmente usati nelle declamazioni. Ma perché questi intellettuali sono sempre perdenti? Encolpio è posseduto dalla maledizione di Priapo ed è costretto a vivere di espedienti, come anche Eumolpo, che viene fischiato e lapidato appena si mette a declamare in pubblico i suoi parti poetici. Solo in Crotone essi conducono una vita da signori, ma ciò si deve all'astuzia di Eumolpo, e del resto già si sa che dopo il temporaneo successo ricomincerà una vita di miseria. Petronio coglie, al di là delle intenzioni di accentuare l'aspetto grottesco delle disavventure, una situazione generale di declassamento che colpisce gli intellettuali nel I secolo d.C… documentata tra gli altri dalle satire di Giovenale e dagli epigrammi di marziali. Dopo Augusto, con i Giuli-Claudi non si trovano figure eminenti di munifici mecenati, anche se non mancano i protettori delle lettere e delle arti. Gli imperatori non si mostrano generosi, anche perché non mirano ad un intervento nello specifico delle arti, come Tiberio e Claudio, oppure lo gestiscono in proprio e attraverso gli intellettuali del palazzo, come Nerone. Può permettersi un'attività letteraria solo chi è ricco del suo, come Plinio o Tacito, ma la grande massa degli intellettuali vive una vita stentata come precettori privati e maestri di scuola. La situazione si modifica alquanto con i Flavi, che stipendiano i docenti dell'istruzione universitaria come Quintiliano, perché diano lustro alla famiglia imperiale, ma si tratta di casi sporadici. Testimone Marziale, che da Domiziano ottenne un modesto sussidio e, per tutta la durata della sua permanenza a Roma, dal rapporto di clientela dovette trarre il suo modesto tenore di vita. Petronio non si arrischia a formulare giudizi di valore sugli intellettuali e sugli incolti. Nel suo intento di aderire alla oggettività del reale non fa posto a valutazioni soggettive. Eppure il comico acquista maggiore rilevanza proprio nelle disavventure cui soggiacciono Encolpio ed Eumolpo, gli intellettuali del romanzo.

Al paragone la vis comica investe un personaggio rozzo e incolto come Trimalcione con minore intensità, perché egli rivela più facce di quante in apparenza non mostri. Le sue buffonate, le sue volgarità, la sua fantasia bislacca partecipano del comico e insieme dell'orrido. In certi momenti Trimalcione confessa una sua intima serietà, come quando, alla fine del suo litigio con Fortunata, ricapitola la sua vita e i modi del suo successo. Le sue vanterie ci appaiono allora il corrispettivo di un'energia tesa ad uscire dalla condizione servile e a spremere dalla vita reale tutti i beni materiali che essa riserva alla iniziativa dell'individuo. I mezzi e i modi sono tristi e immorali, ma v'è scelta, poiché essi sono i soli adatti ad una società che è ormai depauperata di motivazioni e di aspirazioni ideali. Petronio non si illude, né vuole illudere. Denaro e sesso governano gli uomini.

Naturalmente su tutti spicca il personaggio di Trimalcione. In lui le caratteristiche comuni e individuali raggiungono il massimo dell'intensità, e la sua figura pare assommare in sé tutti i connotati fisici e psichici tipici del nuovo ricco: figura tozza, abito a colori violenti, pesanti gioielli di cattivo gusto, volgarità di modi, presunzione accoppiata a profonda ignoranza, vanterie e spiritosaggini di basso livello, ricerca di applausi e compiacimento per le adulazioni, ostentazione delle ricchezze e delle arti adoperate per accumularle, fastidio di una moglie rompiscatole e così via.

Questo complesso di annotazioni caratteriali è strutturato con tale senso di unità e coerenza, quale può solo convenire a un personaggio vivo nella realtà quotidiana e mirabile esempio di perfezione artistica.

La tendenza di Petronio al realismo può paragonarsi con l'affermazione del naturalismo presente nelle letterature europee del secondo Ottocento, in particolare la francese e la russa, e con quella del verismo italiano. Naturalista è Petronio quando rappresenta gli aspetti più crudi della realtà in antitesi alla idealizzazione prevalente nell'antichità classica. Nel suo sforzo di ritrarre cose e uomini nella loro concretezza, anche lo strumento della lingua si diversifica a seconda dell'ambiente e degli individui con uno studio consapevole da parte dell'autore.

E' sbagliato asserire, come pure è stato affermato, che il fondo della lingua di Petronio sia unitario, con qualche accentuazione in senso plebeo per quanto riguarda gli incolti. Il fatto è che numerose particolarità qualificano e distinguono in modo netto il linguaggio plebeo con tutta una serie di fenomeni (volgarismi, confusione di casi nelle declinazioni e coniugazioni, composti popolareschi, espressività risentita in forma di proverbi ecc.) addensati per la massima parte nei discorsi di Trimalcione e dei suoi amici liberti.di Encolpio, di Eumolpo e di Agamennone.

Ma ancora più evidente risulta il materialismo petroniano, se consideriamo la struttura sintattica dei discorsi degli uni e degli altri. I liberti non sono capaci di articolare i loro ragionamenti nei modi consueti della sintassi latina: essi si esprimono per battute brevi, fortemente scandite, che coloriscono con estrema vivacità i punti forti del discorso e si sommano le une alle altre. Il latino dei colti è invece fluido, la sintassi è quella normale, fondata in prevalenza sulla subordinazione, in contrasto con la coordinazione prevalente nel parlare degli indotti. Questi infatti sono con tutta evidenza incapaci di esprimere il loro pensiero nei modi consueti della lingua colta, denunciando così la loro origine straniera e servile, nonché la mancanza di tradizioni, di cultura e di formazione scolastica.

I dotti invece mostrano chiaramente la appartenenza a quello strato di operatori culturali piccoli e medi, romani e italici, nei quali l'interesse per le tematiche culturali è parte essenziale della loro personalità e rivela un attaccamento sincero e sofferto alla grande tradizione letteraria.